Affitti brevi 2026: le categorie che non potranno più farli
Ci sono alcune categorie di lavoratori che non possono più gestire affitti brevi nel 2026, almeno non in forma imprenditoriale. Con l’abbassamento da 5 a 3 immobili della soglia minima per l’obbligo di aprire la partita IVA, la Legge di Bilancio rende impossibile per legge la gestione degli affitti brevi per determinati lavoratori: ecco quali.
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Finora si è parlato della Legge di Bilancio 2026 e del suo impatto sulla normativa degli affitti brevi solamente in termini di cosa cambia rispetto al passato, e quali sono i nuovi obblighi e adempimenti da seguire per continuare a gestire le locazioni turistiche. A far discutere maggiormente è stata la decisione del Governo di abbassare a 3 la soglia minima da cui scatta l’obbligo di aprire partita IVA e la presupposta imprenditorialità.
Questo cambiamento sta avendo importanti ricadute sul mondo degli affitti brevi, sia perchè moltissimi gestori si trovano a doversi mettere in regola, sia perchè con l’attività imprenditoriale aumentano obblighi e adempimenti da rispettare, sia, infine, perchè in tanti dovranno rinunciare a gestire più di 2 affitti brevi insieme. Ecco perchè.
Affitti brevi nel 2026

Gestire un affitto breve nel 2026 non è troppo diverso dal 2025, così come non lo è gestirne due. Ben altra storia è invece gestirne 3. Dal terzo immobile, infatti, i gestori sono obbligati ad aprire partita IVA, scegliere un regime fiscale (forfettario o ordinario), rispettare adempimenti contabili e persino applicare l’IVA e i contributi previdenziali (quando necessario). Questo è quanto prevede la Legge di Bilancio 2026, che in materia di affitti brevi ha fatto parecchio discutere proprio a causa di questa stretta decisiva, che rischia di aprire scenari negativi sia dal profilo fiscale che da quello lavorativo per moltissimi gestori.
Quando si passa dalla semplice gestione patrimoniale all’attività economica organizzata, infatti, scattano numerose incompatibilità per diverse categorie di lavoratori che, per un motivo o per un altro, non possono più gestire più di 2 immobili come affitti brevi. Questo vuol dire che chi finora aveva affittato fino a 5 immobili senza configurare un’attività imprenditoriale, d’ora in avanti dovrà scegliere tra la cessazione dell’attività (al di sopra dei 2 immobili) e l’esposizione a sanzioni disciplinari e fiscali.
Chi non può più gestirli

Le categorie di lavoratori che si trovano di fronte a questo bivio sono più di quante si possa pensare:
- dipendenti pubblici a tempo pieno (non possono svolgere attività d’impresa);
- dipendenti pubblici part-time al 50% o meno (se vi sono conflitti d’interesse e l’attività secondaria si sovrappone all’orario di lavoro);
- avvocati (sono sottoposti alla vigilanza del Consiglio Nazionale Forense, e l’attività d’impresa è incompatibile con l’iscrizione all’albo professionale);
- Notai (fanno capo al Consiglio Nazionale del Notariato, e l’attività d’impresa è incompatibile con l’iscrizione all’albo professionale);
- commercialisti (regolati dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, e l’attività d’impresa è incompatibile con l’iscrizione all’albo professionale).
Chi appartiene a queste categorie, quindi, rischia non solamente di pagare più tasse, ma anche di incorrere in procedimenti disciplinari e sanzioni, a causa della gestione di più di 2 affitti brevi. Se non ci si adegua alla riduzione della soglia a 3 immobili si rischiano poi recuperi fiscali, sanzioni amministrative e provvedimenti sul lavoro principale. L’ipotesi della doppia proroga lascia ancora margine per adeguarsi, ma la stretta sugli affitti brevi è molto più impattante di quanto si pensasse inizialmente, e tocca direttamente il lavoro, le professioni e la gestione patrimoniale.