Cerchi casa in affitto e trovi solo contratti di pochi mesi, i numeri spiegano cosa succede
Le locazioni transitorie passano dall’1,6% al 31,4% degli annunci e costano in media 7 euro al metro quadro in più. Chi cerca casa stabile trova sempre meno.
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Chi cerca casa in affitto se ne sarà accorto: tra gli annunci compaiono sempre più spesso contratti di pochi mesi e sempre meno proposte di lungo periodo.
Non è un’impressione ma il risultato dell’analisi dell’Ufficio Studi di idealista sugli annunci pubblicati sulla propria piattaforma. Questa indagine ha rilevato che in dieci anni la quota di locazioni transitorie è passata dall’1,6% al 31,4% dell’offerta, mentre quella di lungo termine è scesa dal 97,3% al 62,9%.
Cosa dicono i numeri

Il confronto è tra il secondo trimestre del 2016 e quello del 2026. Nello studio rientrano come lungo termine i contratti 4+4 e 3+2, mentre i transitori sono quelli di durata compresa tra uno e diciotto mesi. Restano fuori gli affitti brevi turistici, considerati troppo diversi per essere messi a confronto.
Il dato che colpisce di più riguarda la disponibilità reale di case per chi cerca una sistemazione stabile. L’offerta di lungo termine si è ridotta del 34,8% e nello stesso periodo il numero complessivo di annunci in affitto è rimasto quasi invariato, con un calo del 2,3%. Il mercato, insomma, non ha perso immobili: li ha semplicemente spostati da una formula all’altra.
C’è poi la questione del prezzo. Il canone medio della locazione transitoria si attesta a 21,6 euro al metro quadro al mese, contro i 14,5 euro del lungo termine. Su un appartamento di 70 metri quadrati la differenza teorica supera i 490 euro mensili. Dieci anni fa il divario tra le due formule era molto più contenuto.
Cos’è davvero un contratto transitorio
Prima di tutto va chiarito un equivoco frequente: il contratto transitorio non è un affitto breve turistico. Si tratta di una formula prevista dall’articolo 5 della legge 431 del 1998, pensata per chi ha un’esigenza temporanea documentabile, come un trasferimento di lavoro a termine, un periodo di studio o una sistemazione provvisoria durante una ristrutturazione. L’esigenza deve riguardare il locatore o l’inquilino, va indicata nel contratto e va dimostrata con documenti.
È un punto che conviene conoscere, perché se quella motivazione manca o non regge, il contratto può essere ricondotto alla durata ordinaria di quattro anni più quattro. Il transitorio non è quindi una scorciatoia per aggirare le regole sulla durata: è una formula con presupposti precisi.
Chi ci guadagna e chi ci perde

Per il proprietario i vantaggi sono evidenti. Rientra in possesso dell’immobile in tempi brevi e certi, applica un canone più alto e percepisce come più contenuto il rischio di trovarsi con un inquilino difficile da mandare via. In un contesto in cui molti proprietari lamentano tempi lunghi per il rilascio, è una scelta comprensibile. Per chi cerca casa, invece, il conto è diverso: paga di più, non ha continuità e deve rimettersi sul mercato dopo pochi mesi, spesso sostenendo di nuovo costi di agenzia e trasloco. Per uno studente o per chi si sposta per un incarico a termine la formula funziona. Per una famiglia che cerca stabilità molto meno, ed è proprio questa la parte di domanda che trova meno risposte.
Una precisazione sui numeri: si tratta degli annunci di un singolo portale, non di un censimento dei contratti effettivamente firmati in Italia. La direzione è comunque coerente con quanto rilevato da altri osservatori sul peso crescente dei contratti a termine. Chi sta per firmare un transitorio dovrebbe quindi verificare che l’esigenza temporanea sia indicata e documentata, controllare se nel proprio Comune il canone è vincolato agli accordi territoriali e chiarire fin da subito cosa succede alla scadenza. Vale la pena conoscere anche le altre formule contrattuali disponibili e le regole su disdetta e rilascio dell’immobile, perché è lì che si giocano le differenze più importanti tra un contratto e l’altro.