Le trame d’autore del Lanificio Leo
Dall’incontro con il graphic design e la cultura progettuale, l’azienda calabrese rappresenta un perfetto mix tra valorizzazione del saper fare tradizionale e la forte propensione all’innovazione.

Il Lanificio Leo era un tempo la più antica fabbrica tessile della Calabria, trasformandosi nel nuovo millennio in un modello esemplare di azienda-museo design driven e proponendosi come mirabile esempio di incontro e di dialogo tra cultura immateriale e progettuale. Da questo luogo un po’ speciale, Soveria Mannelli in provincia di Catanzaro, nascono collezioni homewear che includono plaid, coperte, stuoie, arazzi e “slow fashion” di accessori per la persona. L’azienda tessile è guidata da Emilio Salvatore Leo, architetto di formazione e designer di alcuni prodotti, fulgido esempio di imprenditore illuminato, radicato nel territorio ma al contempo aperto all’esterno e al networking. È lui ad inventarsi e ad animare per un decennio negli spazi dell’antica fabbrica il festival culturale Dinamismi Museali, che ha accompagnato il ritorno sul mercato del brand con un nuovo modello imprenditoriale sperimentale, il cui prodotto simbolo rimane senza dubbio il pattern tessile Punto Pecora, una rielaborazione grafica del marchio del lanificio.

Un inizio sperimentale
È il 1993 quando il padre dell’attuale proprietario rileva l’azienda di famiglia, fondata nel 1873, che per 130 anni lavorava e produceva localmente la lana di una razza autoctona, la “Gentile di Puglia”, pressoché estinta in seguito a una politica di modernizzazione governativa che inginocchia la produzione verso la fine dei Settanta. Emilio Salvatore non ha ancora vent’anni ma inizia in quel momento, da studente di architettura, ad osservare la fabbrica con occhi diversi maturando lo scarto di prospettiva di cui a trent’anni di distanza raccoglie i frutti.
In quel periodo – racconta Emilio Leo – pensavo a come poter valorizzare il tutto, integrando l’aspetto culturale a quello operativo, quindi non solo per conservare un impianto rappresentativo di una storia tecnologica centenaria ma cercando di mettere insieme heritage e produttività attraverso delle macchine che arrivavano a me integre e funzionanti.
Ciò che rende infatti unica la produzione del Lanificio Leo è la commistione tra le antiche macchine e le più recenti tecnologie, il tutto unito alla sapienza del lavoro manuale.
Costruivo così un mio modello di impresa basato sul patrimonio industriale ma anche sull’utilizzo della storia come strumento per sperimentare sul futuro. Il Lanificio diventa così tra il 1998 e il 2008 una sorta di fablab il cui primo strumento potente di marketing è il festival Dinamismi Museali, dove non solo si parlava di arte e musica ma anche di design. Alcuni dei designer che ancora collaborano con noi sono stati ospitati in residenza in quel periodo e hanno contribuito a delineare il percorso di interpretazione della tecnologia in loco sperimentando con nuove idee.

Il nuovo textile design

Nascono in quel decennio prodotti rappresentativi della storia del Lanificio come la stuoia Ludusludus, prodotta nel 1999 e disegnata da Emilio Leo, un articolo decisamente sperimentale che univa una rete da cantiere in polietilene con un tradizionale tessuto di lana infeltrito, oggi reinterpretata con uno speciale panno di lana a tessitura doppia. Nel 2005 è la volta della citata collezione di coperte Punto Pecora, la fortunata rielaborazione grafica del marchio trasposta in un motivo pixelato che dialoga con la visualizzazione digitale dei nostri anni. Il concept, nato nel 2005 dalla collaborazione con i designer di Studiocharlie e subito inserito in mostre e premi (Adi Design Index; Premio Committenza Aiap), interpreta in maniera contemporanea la tradizionale tecnica di tessitura jaquard, conosciuta come triplice. Il processo usa dei fogli rettangolari, forati e collegati gli uni agli altri, per gestire l’informazione grafica durante il processo di produzione meccanica. Un ordito con tre colori e la stessa sequenza di colori di trama si intrecciano a formare tre strati di tessuto permettendo effetti grafici dal colore pieno.


Un’azienda-museo low-tech

L’imponente parco macchine storico, composto da macchinari datati dal 1890 al 1965, è ancora oggi il cuore pulsante della produzione oltre che del Museo d’impresa, integrato continuamente con attrezzature di ultima generazione.
Noi siamo oggi un laboratorio molto spinto sul design dentro ad una fabbrica storica. La fabbrica è rimasta uguale al passato ma è completamente cambiato il linguaggio e il modo di utilizzare la vecchia tecnologia. Sostengo dall’inizio che per essere innovativi non serve avere una tecnologia innovativa. Tutt’altro, posso dire che da quella ferraglia dell’Ottocento noi abbiamo imparato molto e il nostro heritage è sempre stato al centro del nostro modo di fare il prodotto.
Chiaramente – continua Emilio Leo – dal momento in cui l’azienda ha ricominciato il suo percorso imprenditoriale, nel 2008, dopo aver precedentemente preso parte a mostre ed eventi legati al mondo del design [come Pitti Living e qualche edizione della Milano Design Week] abbiamo iniziato a fare del trasferimento tecnologico, ma sarebbe stato folle pensare a una modernizzazione totale. Nel mio modello imprenditoriale il progetto era, ed è ancora, centrale al business plan.
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Editori tessili per vocazione
Chiunque disegni un prodotto per Lanificio Leo deve aver visitato la produzione e il suo territorio. Questa è l’unica regola imposta ai designer che vogliono realizzare un progetto utilizzando tutto il saper fare dell’azienda.
Il nostro modello d’azienda si è evoluto in una sorta di modello editoriale. A differenza di altre aziende tessili che sviluppano collezioni fashion qui vi è un continuo rinnovarsi dei singoli progetti affidati a designer, artisti, grafici sempre diversi. Lavoriamo quindi su dei progetti autoriali che diventano prodotti, dando importanza al concept. A me interessa come il designer riesce a interpretare la tecnologia e ricavarne nuove idee.
Da questo punto di vista gli esempi di collaborazioni sono molteplici e toccano diversi ambiti merceologici come il tessile per l’interior. Parliamo degli originalissimi arazzi realizzati in maglia jacquard, come la serie dei Poster Filosofici della designer Giulia Boccarossa (dodici soggetti diversi ognuno accompagnato da una microstoria) dove ognuno degli artefatti è pensato per essere fruito sullo spazio di una parete, alla stregua di un manifesto vero e proprio. O della collezione di plaid-arazzi Trip di Serena Confalonieri, un’interpretazione con motivi geometrici “a effetto psichedelico” delle visioni di Aldous Huxley affidate a un tessuto di morbida lana merinos extrafine. Dei progetto narrativi esemplificativi dell’attitudine del Lanificio Leo nel fondere la grafica all’arte tessile trasmettendo in modo inaspettato nozioni anche di natura filosofica e storica.






