Henry Beyle: un incontro tra editoria, artigianato e design

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La piccola casa editrice milanese pubblica volumi di pregio che provano a trasmettere un’idea di bellezza. 

Henry Beyle: un incontro tra editoria, artigianato e design
Foto per gentile concessione Henry Beyle

La rivista Vogue li ha accostati ad abiti di haute couture, altri ne hanno sottolineato la preziosità, l’unicità nel panorama editoriale. Certo è che i volumi editi dalla casa editrice Henry Beyle – fondata a Milano da Vincenzo Campo il 19 marzo 2009 – non lasciano indifferenti. Ad affascinare, prima ancora della selezione dei titoli, è la cura e l’attenzione con cui sono realizzati. Anche i non appassionati di lettura, infatti, potranno apprezzare le caratteristiche di questi piccoli libri, eleganti, piacevoli da maneggiare e sfogliare.

A metà fra artigianato e design, ogni testo della Henry Beyle reca in sé diverse storie, alcune delle quali risultano legate ai materiali utilizzati, alle immagini selezionate, alla qualità della stampa.

“Ad avvicinarci al design possono essere due nostri desideri, due ambizioni – spiega l’editore – il primo è trovare dei testi che sappiano ‘condurre’ la narrazione in modo suadente o rivelare le molteplici pieghe interpretative che ogni opera di valore sa racchiudere al suo interno. C’è poi il desiderio di dare all’opera un abito elegante che, senza indugiare nel superfluo, ne faccia risaltare il portamento”.

Insomma, si tratta di un progetto che aspira a trasmettere, nel succedersi di una breve storia, un’idea di armonia, di bellezza.

“C’è una celeberrima definizione stendhaliana, scrittore fin dal nome della casa editrice particolarmente caro: «La bellezza è una promessa di felicità». Riuscire a dare a un testo un sovrappiù di bellezza è – per quanto possa apparire di poco conto e per quanto legato al succedersi di poche pagine – promettere, che però non vuol dire mantenere, un’idea di felicità”.

La casa editrice nasce da un’intenzione originaria diversa, ovvero quella di regalare una strenna a pochi amici. “Gli happy few di stendhaliana memoria”. Questo desiderio iniziale si è trasformato poi in un progetto editoriale che oggi conta circa 250 titoli e, a marzo prossimo, 18 anni di vita, con dieci uscite l’anno, una al mese, a eccezione di agosto e dicembre.

A distinguere le edizioni Henry Beyle è la coerenza delle loro scelte che caratterizzano tutto il processo produttivo, dalla selezione dei titoli fino alla qualità della stampa. In catalogo compaiono moltissimi autori del Novecento, prevalentemente italiani, in tirature di poche centinaia di copie, scelti “avendo delle linee guida e animati dal desiderio di pubblicare quello che, innanzitutto come lettori, consideriamo di fascino indubitabile”.

Come Henry Beyle costruisce i propri libri

Henry Beyle: un incontro tra editoria, artigianato e design
Foto per gentile concessione Henry Beyle

Nei suoi primi anni, la casa editrice è stata legata, in modo quasi esclusivo, all’ultima tipografia con composizione in monotype a Milano, guidata da Rodolfo Campi, un maestro dell’arte tipografica (ha collaborato a lungo anche con Vanni Scheiwiller, uno degli editori più innovativi  del Novecento italiano). Per monotype si intende un processo di produzione che prevede la fusione dei caratteri e la successiva stampa con un metodo artigianale oggi non più praticato, un po’ per mancanza di tecnici qualificati, un po’ perché poco sostenibile.

La monotype prevede che il testo venga fuso per l’occasione ottenendo delle matrici in piombo, in particolare le edizioni Henry Beyle sono legate al carattere “Garamond monotype, che presenta delle differenze rispetto al Garamond Simoncini, solitamente adottato dalle case editrici italiane, come Einaudi per esempio”.

Questo processo è stato abbinato a carta di cotone, “di una bellezza rara, con caratteristiche uniche, difficili da imitare. Escludendo alcune edizioni d’arte, oggi nessuno la usa, credo a causa dei costi. In Italia, ahimè, la tradizione delle grandi carte si è un po’ persa. Esistono piccole realtà, la più importante e prestigiosa è la Amatruda di Amalfi”.

Le stesse immagini, anche esse stampate su carte di estremo pregio, vengono applicate a mano. Viene studiata per ogni volume una corrispondenza fra testo e immagine. In alcuni volumi questi ultimi appartengono al medesimo autore, come nel caso di Tullio Pericoli o di Ferdinando Scianna o per il volume Cuoche e cucine di Gio Ponti.

“In altri casi – aggiunge Campo – si tratta di un accostamento, se si vuole anche arbitrario. Nei casi più riusciti l’accostamento tocca una vicinanza amicale tra gli artisti. Sarde e altre cose allo zolfo di Leonardo Sciascia è ornato e arricchito da foto di pani votivi preparati in prossimità di alcune feste religiose siciliane; il loro autore, Melo Minnella, è un fotografo siciliano che ha ben conosciuto Sciascia e con lui ha realizzato alcuni progetti”.

Il dettaglio che conquista gli appassionati

Henry Beyle: un incontro tra editoria, artigianato e design
Foto per gentile concessione Henry Beyle

A tutto questo, si aggiunge un ulteriore dettaglio, utile a comprendere le particolari caratteristiche di questa casa editrice, ovvero l’interpretazione di edizione numerata.

“Molti pensano che mettere un timbro con un numero progressivo nel colophon o nel frontespizio del volume corrisponda a realizzare un’edizione numerata. Questo, a mio avviso, non è un’edizione numerata. Vito Barion dell’azienda grafica Jona è riuscito, assecondando un nostro progetto, a realizzare un’edizione in cui a ogni colophon, col numero progressivo da 1 a 99, corrisponde una lastra diversa di stampa. In pratica, abbiamo associato il colophon alla lastra in metallo e quindi chi compra un’edizione numerata di quelle 99 trova nel cofanetto anche la lastra, a mo’ di indubitabile prova che quella copia è unica. Siamo stati, credo, i primi a farlo, e ci fa veramente piacere, perché finalmente introduce un criterio di edizione numerata che, secondo me, è l’unico valido. Un’edizione numerata è tale se si ha prova incontrovertibile che quella copia sia veramente unica. Tale almeno per quella eccentrica categoria di collezionisti che risponde al nome di bibliomani. I lettori, probabilmente, ne rideranno”.

 

Henry Beyle: un incontro tra editoria, artigianato e design – foto e immagini

Daniela Giambrone
Ho una laurea in Scienze e Arti della Stampa, lavoro nel settore editoriale dal 1996, prima come redattrice in diverse realtà, dal 2005 come giornalista. Oggi sono freelance e mi occupo in particolare di lifestyle e design, beauty e coiffure.