Per un’architettura di relazione. L’ampliamento del Pastificio Agricolo Mancini evoca tempo lento e cura.

Autore:
Ali Filippini
  • Giornalista
Tempo di lettura: 7 minuti

Il progetto di Stefano Boeri Architetti coniuga innovazione, paesaggio e cultura produttiva, rafforzando il rapporto tra un’impresa e il suo territorio nel rispetto dell’identità del luogo.

 

Per un’architettura di relazione. L’ampliamento del Pastificio Agricolo Mancini evoca tempo lento e cura.
Mancini Pastificio Agricolo_Stefano Boeri Architetti

Tempo d’estate, di vacanza, di viaggi lenti nel bel territorio italiano. Ma spesso anche l’occasione per rendersi conto di come, un po’ dappertutto, il paesaggio sia offeso da aggiunte ottuse e indifferenti al contesto, disseminato in definitiva di architetture e costruzioni messe lì senza nessuna attenzione per l’inserimento ambientale.

Per fortuna esistono delle eccezioni, come capita nel cuore della regione Marche, in quel di Monte San Pietrangeli nella provincia di Fermo, dove può insegnare qualcosa a proposito il recente ampliamento del Pastificio Agricolo Mancini, a opera di Stefano Boeri Architetti e la complicità di una committenza sensibile e colta.

Per un’architettura di relazione. L’ampliamento del Pastificio Agricolo Mancini evoca tempo lento e cura.
Mancini Pastificio Agricolo_Stefano Boeri Architetti

Un’architettura mimetizzata nel paesaggio

Per un’architettura di relazione. L’ampliamento del Pastificio Agricolo Mancini evoca tempo lento e cura.

Fondamentale, per capire il progetto, partire dal tipo di lavorazione e produzione operate dell’azienda. Parliamo di un Pastificio agricolo, il che riporta subito l’attenzione ai temi della terra, alla lentezza dei processi di coltivazione e della lavorazione. Fattori che impongono da subito una narrazione diversa, di cui i progettisti hanno tenuto conto per ragionare intorno al rapporto tra architettura e natura.

 

L’azienda agricola Mancini coltiva cereali dal 1938 e dal 2010 è attivo anche il Pastificio Agricolo che trasforma solo ed esclusivamente il grano coltivato (quattro varietà di cui una porta il nome del nonno Mariano) direttamente nei propri campi, con la convinzione che per fare una pasta di qualità il fattore tempo sia fondamentale. Precisa Massimo Mancini, terza generazione della famiglia, agronomo e fondatore: 

Non si tratta né di un mondo industriale, né artigianale ma appunto agricolo: il nostro obiettivo è produrre la miglior pasta a partire dal grano da noi coltivato. Non facciamo un prodotto standard e il tempo è sinonimo di campagna: si semina, si aspetta, insomma, la cura diventa parte del processo.

Anche con lo studio Boeri, continua Mancini, si è trattato di attendere i giusti tempi di maturazione. Ed è stata un’esperienza di condivisione molto fruttuosa

 

Ciò che attira lo sguardo da subito è come il pastificio sia immerso nei campi di grano: qui l’intera filiera, dalla coltivazione alla trasformazione, avviene nello stesso sito, seguendo i ritmi delle stagioni anziché quelli industriali.

Per un’architettura di relazione. L’ampliamento del Pastificio Agricolo Mancini evoca tempo lento e cura.

L’intervento nasce in dialogo con l’edificio esistente, un impianto semi-ipogeo del 2010 trasformato nel 2017 dall’architetto Ernesto Paoletti di cui l’attuale ampliamento si configura come addizione.  L’attuale configurazione si sviluppa su una superficie di circa 4.710 mq per rispondere alle nuove esigenze produttive e logistiche: il confezionamento della pasta (in 27 formati), l’immagazzinamento automatizzato e le aree di carico e scarico, oltre a nuovi uffici e un punto vendita al primo piano.

Spiega l’architetto Boeri:

Siamo partiti dall’eccellente lavoro che Paoletti aveva fatto, stabilendo già una proporzione molto chiara con un’idea di una fabbrica che non si impone sul paesaggio ma lascia che sia questo, piuttosto, a condizionarne le forme”,

Continua:

Alcuni elementi del precedente progetto ritornano, come l’uso della prefabbricazione. Poi c’è una sorta di perimetro scandito da alberi come fossero dei personaggi che presidiano il perimento dell’architettura…

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Il layout segue la filiera produttiva

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L’idea originaria prevedeva l’inserimento di un nuovo volume allineato a quello esistente, il nuovo progetto sviluppa un principio insediativo circolare, che abbraccia e amplia lo spazio aperto centrale esistente. Così i nuovi volumi si inseriscono nella pendenza naturale della collina, riducendo l’impatto paesaggistico migliorando l’efficienza dei flussi produttivi e logistici.

Aggiunge qualche dettaglio Francesca Lina Pincella, Project leader Studio Boeri:

Il progetto nasce dal capire le logiche della produzione, dalla materia in ingresso al prodotto finito, seguendo anche da indicazioni di Massimo Mancini il flusso logistico della produzione. Per il suo sviluppo abbiamo cercato di raggiungere la quota più alta a nord della collina per evitare di fare emergere in maniera eccessiva il nuovo; quindi, l’ampliamento viene attuato incastonandolo all’interno del paesaggio. Abbiamo lavorato più per sottrazione

Nel percorso di avvicinamento, l’edificio si rivela progressivamente fino a culminare in un elemento verticale, un totem, che identifica il nuovo ingresso e riequilibra l’orizzontalità dei volumi, diventandone una sorta di landmark.

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Commenta Stefano Boeri:

Il nostro obiettivo era semplice e ambizioso: realizzare un’architettura capace di apparire come una non novità, qualcosa che sembra essere sempre esistito tra le colline di Monte San Pietrangeli, perché nato dalle stesse regole che da secoli modellano questa terra

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Il progetto del verde per un’armonizzazione totale

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Così osservare come la produzione segua ancora oggi il ritmo delle stagioni ha insegnato che anche un edificio industriale può appartenere al paesaggio, dove il verde diventa un elemento molto importante. Il progetto botanico è stato curato dallo Studio Laura Gatti che ha messo a dimora i suggestivi filari di ciliegi che delimitano il volume costruito, creando un naturale porticato ombreggiato. Questi insieme agli arbusti e alle pergole coperte dal verde riprendono il disegno delle colline circostanti, reinterpretando la tradizione agricola dei filari come elementi di protezione, separazione e rotazione delle colture.

Mentre l’intervento morfologicamente più consistente è stato il terrazzamento che conduce al laghetto artificiale in sostituzione delle solite vasche con l’acqua, specifica Boeri, usata anche per l’irrigazione per chiudere il ciclo…

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Anche la scelta dei materiali riflette questa sensibilità. I due prospetti preesistenti – uno con brise-soleil in legno, l’altro in cemento a vista – sono stati rivestiti con frangisole in legno, che dialogano con l’architettura originaria segnandone al contempo la distanza temporale. Le nuove facciate sono realizzate in pannelli prefabbricati di cemento dalle texture ondulata e pigmentati in pasta con toni rossi che richiamano il colore della terra e attraverso il gioco di luci e ombre variano di aspetto durante il giorno.

Per un’architettura di relazione. L’ampliamento del Pastificio Agricolo Mancini evoca tempo lento e cura.

Interventi come questo, rispettosi del contesto insediativo e pieni di attenzioni per i materiali insegnano qualcosa e impongono una riflessione sul modo in cui l’architettura industriale dovrebbe inserirsi nel territorio.

 

Lo riassume efficacemente l’architetto Boeri:

 

Credo che questo tipo di modernità al posto di appoggiarsi sulla tecnologia delle macchine si appoggi sui cicli biologici, e questo assunto può sintetizzare i ragionamenti e gli forzi che abbiamo fatto per portare a compimento il progetto, nato come una forma di relazione e non come un’imposizione sul contesto

 

Per un’architettura di relazione. L’ampliamento del Pastificio Agricolo Mancini evoca tempo lento e cura: foto e immagini

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