Shanga, poi Milano, ora Venezia. Il design come potentissimo ponte che si estende verso nuovi orizzonti
Con Glass Bridge il designer Emmanuel Babled ha dato vita a un incontro tra i maestri di Murano e gli artigiani di Shanga in Tanzania, aprendo una ricerca che ha trovato molteplici espressioni progettuali tra lavorazioni antiche, interpretazioni materiche contemporanee, eredità culturali e relazioni. Ma che è prima di tutto un progetto sociale e umanitario di grande valore perché ha insegna a una piccola comunità a riconoscere nella propria creatività una forza capace di generare opportunità e futuro.
Ci sono esperienze che prendono forma attraverso la materia e altre che, partendo da un gesto progettuale, aprono una riflessione più ampia. Glass Bridge, ideato da Emmanuel Babled, appartiene a questa seconda dimensione. Al centro vi è l’intreccio tra i saperi dei maestri di Murano e quelli degli artigiani di Shanga, impresa sociale di Arusha, in Tanzania, che impiega persone con disabilità e trasforma materiali di recupero in opere artigianali.

Il vetro diventa il punto in cui queste competenze entrano in relazione, dando forma a opere nate dall’incontro tra esperienze, tecniche e maestranze. È nella possibilità di mettere in dialogo eredità culturali differenti che Glass Bridge trova la propria forza: un percorso nel quale ciascuna conserva la propria identità e, al tempo stesso, contribuisce alla nascita di qualcosa di nuovo.

Crossing Light – Form in Exchange
A questa ricerca è stata dedicata Crossing Light – Form in Exchange, la mostra ideata da Kukua Ltd, impresa sociale tanzaniana fondata da Babled, con il sostegno di Babled Design Limitada, lo studio del designer con sede a Lisbona. Presentata durante l’ultima Milano Design Week, per la sua unicità ora protagonista tra i lavori della Venice Glass Week 2026 tuttora in corso, ha riunito Glass Bridge, Zanzibar Chair e Ubuntu: tre percorsi nei quali il rapporto tra visioni, tradizioni e comunità assume declinazioni differenti.

La realizzazione dell’iniziativa è stata accompagnata dal patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Dar es Salaam e dal supporto di Neos Airlines, all’interno di una rete di collaborazioni che ha sostenuto il progetto.

La scintilla di Glass Bridge
Nel novembre 2025, Emmanuel Babled ha portato ad Arusha il sapere maturato nella sua esperienza con il vetro di Murano, conducendo un workshop intensivo di dieci giorni insieme ai maestri veneziani Andrea Zilio e Luigi Varagnolo e agli artigiani di Shanga. Per rendere possibile la realizzazione del progetto sono stati trasportati da Murano oltre 700 chilogrammi di attrezzature, stampi e materiali, inclusi forni elettrici. Un apparato tecnico che ha permesso ai partecipanti di lavorare fianco a fianco, mettendo in comune gesti, competenze e modalità operative.

Il vetro di recupero, già parte del conosciuto operativo di Shanga, ha costituito il punto di partenza della sperimentazione. La tradizione muranese si è così intessuta con un approccio fondato sul riuso, dando vita a una serie di opere nelle quali le competenze dei partecipanti hanno potuto influenzarsi e ispirarsi reciprocamente. Le idee nate durante l’incontro raccontano un processo fatto di prove, adattamenti e scoperte, nel quale il risultato non era stabilito in partenza ma si è definito progressivamente attraverso il fare. È da questa libertà di lavorare insieme che sono emerse possibilità espressive straordinarie, germogliate dalla combinazione di gesti e conoscenze appartenenti a entrambe le realtà.

A restituire la dimensione umana di questa esperienza è intervenuta la fotografa Monica Spezia, autrice di un reportage e di un film proiettato durante Crossing Light. Il suo lavoro ha seguito la quotidianità di Shanga, i gesti degli artigiani e la vita del laboratorio, portando in primo piano le persone che hanno preso parte a questo progetto e il carattere collettivo del lavoro. Fotografia e film hanno così accompagnato le diverse creazioni con un racconto capace di mostrare ciò che la forma finita non rivela: le persone, le relazioni e il patrimonio di esperienze da cui ogni opera ha avuto origine.
In più, all’interno di Crossing Light, il dialogo tra culture, tecniche e comunità si è esteso – come già citato – anche a due ulteriori percorsi formali: Zanzibar Chair e Ubuntu, che affrontano il rapporto con il territorio e la sua cultura attraverso linguaggi progettuali distinti, ampliando la ricerca di Babled senza interromperne il filo conduttore.

Materia e memoria: Zanzibar Chair
Sviluppata con il Jisamwe Artisan Collective, Zanzibar Chair nasce dall’intreccio di rami di alberi locali non trattati, e riflette l’approccio profondamente sostenibile e radicato nel territorio che caratterizza l’anima stessa dell’artigianato locale, trasformatosi in un design distintivo dalla forte connotazione moderna.

A raccontare questo lavoro è stato anche un film di Pedro Macedo, presentato durante la mostra insieme a una reinterpretazione in bronzo della sedia.

Il passaggio dal legno al metallo ha modificato peso, consistenza e presenza, spingendo la forma verso una dimensione più scultorea. Cambia la “sostanza”, la sua percezione, mentre resta riconoscibile l’impronta originaria della sua idea.

Ubuntu, il principio della comunità
Alla base di Ubuntu vi è invece una filosofia bantu diffusa in diverse culture dell’Africa meridionale e orientale, secondo cui l’identità individuale si costruisce attraverso le relazioni. Il suo principio, sintetizzato nella frase “Io sono perché noi siamo”, è stato tradotto da Emmanuel Babled e dall’artista Lara Morrell in una serie di vasi in vetro, evocando attraverso le forme i temi della memoria, della connessione e della ritualità.

Realizzate a Murano, le opere restituiscono nei colori e nella luce le suggestioni dell’Africa raccolte durante la ricerca sul campo. Sono proprio quelle tonalità e quelle atmosfere ad aver orientato la definizione cromatica, portando nel vetro ciò che ha alimentato la ricerca e l’ispirazione. La materia diventa così il punto d’incontro tra un sapere antico e un immaginario contemporaneo, dando forma a una sensibilità che nasce dalla relazione tra i due.

Oltre la forma
Quello che emerge da questo insieme di esperienze è la possibilità di arrivare a un esito che nessuno dei singoli linguaggi avrebbe restituito singolarmente nello stesso modo. Nel lavoro sul vetro, nel rapporto con i materiali del territorio e nella traduzione di un principio filosofico, il design non si limita a raccogliere suggestioni: le lascia entrare nel processo, fino a modificarne il risultato.

È proprio in questo dettaglio che il design trova una delle sue espressioni più attuali. Non nella ricerca di un linguaggio universale che uniformi le differenze, ma nella capacità di metterle in relazione e trasformarle in possibilità. Quando realtà lontane portano ciascuna la propria identità dentro un processo comune, può nascere qualcosa di inatteso e, insieme, profondamente coerente. Una bellezza che non deriva dalla somma degli elementi, ma dalla relazione che si crea tra loro e che apre, nel presente, uno sguardo verso ciò che ancora può essere.
