Saper leggere la contemporaneità: la visione di chi ha scelto di comprenderne i cambiamenti
Cosa significa andare davvero incontro a chi cresce in un mondo digitale? La risposta di Padre Joystick parte dai videogame e da uno sguardo che sa decodificare nuovi linguaggi, creatività e possibilità concrete nelle passioni dei ragazzi.

Per comprendere il percorso di Don Patrizio Coppola bisogna partire dalla sua capacità di andare incontro ai ragazzi attraverso ciò che li coinvolge e il loro modo reale di esprimersi. Sacerdote e educatore originario dell’Avellinese, conosciuto come Padre Joystick, ha fatto del rapporto con la cultura digitale una parte significativa della propria esperienza, misurandosi con il mondo dei videogame non semplicemente per passione personale, ma riconoscendovi un linguaggio, un ambito professionale e uno spazio nel quale sviluppare creatività, competenze e relazioni.
Da questa prospettiva ha preso forma il suo impegno nel campo della formazione: è proprio il videogioco a diventare il terreno sul quale questa intuizione si traduce in un progetto concreto. Nel 2013 don Patrizio Coppola ha fondato IUDAV, Istituto Universitario Digitale Animazione e Videogioco, insieme a Riccardo Cangini e Carlo Cuomo, professionisti del settore videoludico.
Il primo corso di comunicazione digitale in animazione e videogioco viene inaugurato a Pozzuoli, in collaborazione con Link Campus University, aprendo una strada allora ancora poco esplorata nel panorama italiano. Oggi IUDAV ha sede a Solofra, in provincia di Avellino, dove propone percorsi accademici e di alta formazione dedicati alle arti digitali, all’animazione e ai videogame.
Nel 2026, Padre Joystick ha ricevuto il Premio La Piazza dei Nuovi Linguaggi, uno dei riconoscimenti assegnati nell’ambito de La Piazza – Il Bene Comune, la manifestazione che ogni anno riunisce a Ceglie Messapica esponenti delle istituzioni, dell’economia, della cultura e dell’informazione, promossa dall’Associazione La Piazza con Affaritaliani.it. A motivare la scelta è stata la sua capacità di mettere in relazione educazione, innovazione e mondo digitale, utilizzando videogame e nuovi linguaggi come strumenti di formazione e inclusione.

Presente alla manifestazione, Pianeta Design ha fatto parte della Commissione del Premio La Piazza 2026, rappresentato dalla founder Filomena Spisso e dalla direttrice editoriale Mia Pizzi. Il confronto con una figura come Padre Joystick ha offerto l’occasione di ampliare lo sguardo sul rapporto tra innovazione e cambiamento culturale, osservando come le trasformazioni tecnologiche incidano anche sul modo di apprendere, creare e immaginare il futuro.
Da questa prospettiva, l’esperienza di Padre Joystick apre una riflessione che introduce naturalmente alla nostra intervista.

Padre Joystick, lei ha scelto di andare incontro ai ragazzi partendo da ciò che li coinvolge, senza considerare i videogame un linguaggio estraneo o marginale. Qual è stata l’intuizione che l’ha portata a capire che, per entrare davvero in relazione con le nuove generazioni, fosse necessario conoscere le loro passioni?
L’intuizione è nata da un’osservazione molto semplice ma profonda: per incontrare davvero i giovani non si può pretendere che siano loro a venire dove siamo noi, o che parlino la lingua che noi consideriamo “giusta”. Bisogna andare nei luoghi, fisici e digitali, in cui loro vivono spontaneamente la loro socialità, le loro emozioni e le loro sfide.
Il videogioco non è un semplice passatempo o una distrazione superficiale; per le nuove generazioni rappresenta una forma di narrazione, uno spazio di aggregazione e un vero e proprio linguaggio culturale. In un contesto di gioco i ragazzi mettono in campo la collaborazione, la frustrazione della sconfitta, il desiderio di riscatto, la ricerca di identità e il senso di appartenenza.
Capire questo ha significato cambiare prospettiva: superare il pregiudizio, costruire un ponte relazionale, educare dall’interno. In sostanza, non si tratta di “usare” il videogioco come un’esca o una strategia di marketing pastorale, ma di riconoscere con rispetto e curiosità che proprio lì, tra schermate e dinamiche di squadra, si esprimono le loro domande più autentiche.

Nel 2013 nasce IUDAV: cosa l’ha spinta a credere che il mondo dei videogame potesse diventare anche un luogo di formazione professionale?
La nascita dello IUDAV (Istituto Universitario Digitale Animazione e Videogioco) nel 2013 è stata la naturale evoluzione di una duplice consapevolezza: da un lato l’urgenza educativa di stare vicini ai giovani, dall’altro la chiara percezione di una trasformazione economica e industriale in atto.
Ciò che mi ha spinto a credere fortemente in questo progetto si articola in tre convinzioni fondamentali. La prima, invertire la rotta: da fruitori passivi a creatori consapevoli. La seconda è stata intercettare un settore in forte crescita (e con reale placement), quindi la priorità di offrire sbocchi lavorativi concreti e dignitosi. La terza è la dignità del talento digitale, non un hobby ma una carriera ad altissimo contenuto d’innovazione e creatività.
La scommessa di IUDAV è stata quindi unire educazione, arte e tecnologia, offrendo ai giovani gli strumenti per trasformare ciò che amano nella propria professione di vita.
La tecnologia è spesso accusata di rendere le persone più distanti dagli altri e dalla realtà che le circonda. È davvero così o può, al contrario, diventare uno strumento per avvicinare?
La tecnologia in sé non è né un muro né un ponte: è un amplificatore delle intenzioni umane. L’idea che renda le persone inevitabilmente più sole o distanti dalla realtà è una lettura parziale, nata spesso da una visione rigida o da una scarsa conoscenza delle sue dinamiche.
La differenza tra isolamento e vicinanza dipende essenzialmente dal modo in cui lo strumento viene abitato ed educato. Nelle dinamiche giovanili e nel mondo dei videogame, ad esempio, le esperienze multiplayer e le community non sostituiscono la realtà, ma ne costituiscono un’estensione: ci si organizza, si collabora per un obiettivo comune, si gestiscono la sconfitta e la vittoria, si stringono amicizie che spesso valicano lo schermo per diventare relazioni in presenza.
La vera sfida non è demonizzare la tecnologia o esaltarla acriticamente, ma accompagnare le persone a un uso consapevole e relazionale. Se usata per custodire la dimensione comunitaria, la tecnologia smette di essere uno schermo che separa e torna a essere una finestra spalancata sugli altri.

Qual è oggi la responsabilità di chi educa davanti a un mondo digitale che cambia così rapidamente?
La responsabilità principale di chi educa oggi non è rincorrere l’ultima tecnologia, ma fornire la bussola emotiva, critica ed etica per orientarsi all’interno di essa. In un contesto che muta a velocità vertiginosa, insegnare nozioni tecniche rischia di diventare obsoleto nel giro di pochi mesi; educare la persona, invece, ha un valore permanente.
Questa responsabilità si declina principalmente in quattro azioni fondamentali: essere presenti senza giudicare, sviluppare il pensiero critico e il discernimento (chi c’è dietro questo contenuto? che effetto ha sulla mia vita?), testimoniare l’alleanza tra umano e digitale. Infine, promuovere una cittadinanza digitale etica: educare significa mostrare che le azioni compiute dietro uno schermo hanno conseguenze reali sugli altri.
La vera sfida educativa non è frenare il cambiamento, ma umanizzarlo: fare in modo che la velocità dell’innovazione tecnologica sia sempre accompagnata dalla maturazione della consapevolezza e della responsabilità personale.

Guardando al lavoro svolto in questi anni, qual è la cosa più importante che sente di aver imparato dai ragazzi che ha incontrato?
La lezione più importante che ho imparato dai ragazzi in tutti questi anni è che non esiste un giovane disinteressato o indifferente, ma solo giovani non ancora intercettati nelle loro domande reali. Troppo spesso noi adulti tendiamo a etichettare le nuove generazioni come distanti, superficiali o chiuse nei loro mondi digitali.
Lavorando con loro e ascoltandoli davvero, ho scoperto grandi verità che hanno cambiato profondamente il mio modo di educare, ovvero che dietro ogni passione c’è un bisogno di senso, hanno un’infinita sete di autenticità e la vulnerabilità non è debolezza, ma il punto da cui ripartire.
In fondo, mi hanno insegnato che educare non è mai un monologo o una trasmissione dall’alto verso il basso, ma un cammino a due vie: mentre provavo a mostrare loro una strada per il futuro, sono stati loro a insegnarmi a guardare il presente con occhi nuovi, liberi da pregiudizi.
