È partendo dalla storia e ancora usando terra, acqua e fuoco che la Fornace De Martino scrive un presente pieno di nuovi progetti
L’antica Fornace De Martino continua ad affascinare i grandi architetti. Oggi un nuovo progetto di identità cromatica e di catalogazione dei formati ad opera di affermati professionisti del design garantiscono una promessa di aggiornata continuità nel tempo.

Storia di un’antica fornace e di un territorio

Siamo a Rufoli, una collina argillosa alle porte di Salerno, storicamente legata alla produzione di laterizi e mattonelle in cotto dove Daniele e Tommaso De Martino ci hanno aperto le porte della fornace raccontando la lunga storia della famiglia, il valore del lavoro artigianale e la visione con cui stanno guidando l’azienda verso il futuro.
Oggi come ieri, visto che dal 1479 la fornace della famiglia De Martino continua a estrarre la stessa argilla, dallo stesso pendio, seguendo una logica di lavoro per certi versi ancora aderente a quella antica. Il core business, si direbbe, era rappresentato dai coppi in terracotta per i tetti e le mattonelle da mandare, già cotte, a Napoli per essere decorate secondo tradizione mentre oggi la produzione continua con le mattonelle in cotto per pavimento o rivestimento che portano questo antico prodotto locale in giro per il mondo.

L’argilla di questo territorio – ci spiegano – è qualitativamente buona, pertanto, si è generata nel tempo una sorta di piccola ‘Silicon Valley’ perché questo materiale già diversi secoli fa era considerato un’innovazione dal punto di vista del suo impiego e processo
Da quando – alla metà degli anni Ottanta – i nuovi laterizi, più economici e standardizzati, sostituivano il cotto artigianale, la famiglia De Martino ha continuato, tenacemente controcorrente, a portare avanti il proprio lavoro, operando secondo logiche differenti da quelle diffuse: conservando processi, tempi e conoscenze per un prodotto ancora genuinamente artigianale e per questo unico.
Un processo dove trova senso anche il nuovo progetto, ipogeo, dell’opificio (degli architetti Mariano Cuofano, anche consulente strategico dell’azienda, Fabrizio Scattaretico e Piero Gorga) realizzato compattando la terra dello scavo di fondazione mescolando gli scarti di lavorazione, come emergesse dalla stessa geografia del processo produttivo.

“La cosa migliore che possiamo fare, nel modo migliore”

L’intero ciclo inizia con l’estrazione dell’argilla che viene poi impastata con l’acqua in vasche (ne rimangono quattro) e filtrata fino a quattro volte per purificarla. La materia è quindi formata e cotta ad altissima temperatura per due giorni usando fascine di legna sottile per la loro capacità di diffondere il calore. Spiega Tommaso De Martino:
Il colore giusto del fuoco è come l’oro; quando diventa rosso, sappiamo che non è ancora pronto
L’ultima fase è quella della decorazione per la quale, vista l’estrema personalizzazione dei motivi, non esiste un catalogo vero e proprio. Il tipo di lavorazione-finitura è a cotto smaltato e decorato, cotto al naturale o colorato.
Le mattonelle sono prevalentemente smaltate a mano applicando colori dati da ossidi naturali, trasferendo il disegno attraverso un foglio lucido con una tecnica a spolvero, con polvere di carbone, simile a quella impiegate nell’affresco.

L’incontro con gli architetti

Nel corso degli anni, architetti, studiosi e progettisti hanno raggiunto la collina di Rufoli per saggiare la natura dei manufatti e da lì sono nate relazioni e incontri. In particolare, dagli anni Novanta, la sperimentazione sul cotto nero e sul colore in pasta, sviluppata insieme a un ingegnere chimico, ha catturato l’interesse dell’architettura internazionale. È accaduto non solo con gli italiani come Vico Magistretti, Paolo Portoghesi, ma anche con il grande architetto David Chipperfield, seguito a una visita di alcuni suoi studenti alla fornace e all’interessamento per alcuni frammenti di cotto nero. Un episodio dal quale sono nati poi progetti internazionali, come gli interni realizzati con questo specialissimo materiale e colore del Bryant Park Hotel di New York o dell’Hotel Puerta America di Madrid.
Attraverso questi incontri ed altre commissioni importanti come, negli anni Sessanta, il pavimento della Galleria degli Specchi di Palazzo Doria Pamphilj a Roma, il lavoro della Fornace De Martino ha raggiunto luoghi e contesti molto diversi. Dalle ville di Mondello ai castelli privati in Campania, fino a progetti lontani. E questa componente legata all’heritage aziendale è cara a Daniele De Martino che dopo la laurea in ingegneria e una breve esperienza professionale fuori dalla fornace, ha scelto di tornare a Rufoli e ha iniziato a comporre un archivio con i disegni, le campionature, le pose storiche, i colori.

La collaborazione con i designer: i colori e un abaco per creare in libertà

Il primo esito di questo nuovo corso vede proprio il coinvolgimento di un noto esperto di colori, Giulio Ridolfo, per sondare il potenziale espressivo del cotto colorato in pasta, ovvero una delle sperimentazioni più significative sviluppate dalla Fornace negli ultimi decenni. Una prima campionatura cromatica “zero” per la Fornace che, fino a quel momento, aveva sempre lavorato esclusivamente su commissione.
Ridolfo, a partire dall’osservazione delle terre locali, delle stratificazioni archeologiche e delle relazioni cromatiche proprie del paesaggio mediterraneo, nonché affidandosi a quaderni di appunti di Tommaso De Martino con personali ricerche alchemiche, ha costruito una palette di trentadue colori per dialogare con l’architettura contemporanea. Punto di partenza è la convinzione che la materia possieda già un suo colore intrinseco che Ridolfo ha saputo con accortezza far “vibrare”. Ciascun colore ha il nome di un luogo della regione in modo da identificarsi con il territorio oltre che a evocarne le luci e gli effetti cangianti nel corso delle ore.
E per completare questa visione e rispondere alle esigenze degli interni contemporanei, la palette cromatica si innesta su un altro lavoro di ricerca geometrica affidato all’architetto Marialaura Irvine.
Maria Laura Irvine ha rimesso ordine nella modularità dei formati a partire da quello di 26×26 centimetri, le cosiddette riggiole campane (una dimensione di origine greca ripresa successivamente dal sistema metrico del Regno delle Due Sicilie) per sviluppare un nuovo sistema pensato per gli architetti, offrendo la libertà di costruire la propria posa attraverso un alfabeto di misure coerenti.
Ne è nato un abaco di circa 44 forme pensato come uno strumento dove, spiega l’architetto, “il progettista diventa co-autore”.
Continua:
Con questo sistema io inizio a raccontare una storia che poi completa l’architetto; non a caso lo abbiamo chiamato Modularità e Memoria, a sottolineare anche il rapporto con la dimensione umana a partire dalla scelta del formato quadrato da cui vengono declinati i vari multipli per generare nuove configurazioni e schemi di posa personalizzati
Amo sempre trasformare la tradizione in qualcosa di contemporaneo arrivando a prodotti in grado di poter essere industrializzati”, continua Marialaura Irvine, che assimila questa ricerca ad altre già fatte e in corso – vedi i suoi lavori sui mosaici e i tappeti – “tanto che non ho voluto trascurare nessun elemento come i battiscopa, le soglie, i gradini, sviluppando diverse varianti geometriche per poter intervenite su ogni angolo dello spazio
Una libertà che si legge anche nell’altra ricerca in corso, Rigore e Sentimento, per allargare ulteriormente la sperimentazione. Ne è nata la divertente coppia di mattoni Lui e Lei, da usare per costruire una partizione verticale o come oggetti decorativi – spiega la designer – già presentati durante il Salone del Mobile 2026, e primo capitolo di un percorso destinato a svilupparsi nel tempo che nell’autunno riserverà già delle sorprese.




