Intervista a Luca Nichetto: il nuovo libro, vent’anni di progetti e il futuro del design

Intervista Luca Nichetto: in occasione del lancio del suo nuovo libro Projects, collaborations and conversations in design abbiamo incontrato ed intervistato il designer che ci racconta non solo vent’anni di progetti ma soprattutto le sue idee sul futuro delle abitazioni e l’importanza centrale della sostenibilità.

Intervista a Luca Nichetto

Qual’è la tua storia e come hai iniziato a lavorare nel mondo del design?

Sono nato a Murano e devo molto a quest’isola perché sono cresciuto in un luogo dove trasformare un disegno in un oggetto è la normalità. Ho iniziato a disegnare oggetti che non sapevo nemmeno esistesse un lavoro chiamato “designer”, lo sono diventato perché era naturale che lo diventassi. Quando frequentavo l’Istituto d’Arte giravo per le fornaci per vendere i disegni che facevo. All’epoca non mi importava nulla di vedere realizzati i miei pezzi, mi interessava solo guadagnare qualcosa per andare a divertirmi con gli amici durante l’estate.

Continuai a mantenere la tradizione di bussare alle porte anche durante il periodo universitario, e fu allora che incontrai Simon Moore che all’epoca era l’Art Director di Salviati. L’ho capito molto più avanti, ma lui mi diede l’occasione che ha cambiato la mia vita: ricordo che mi disse, «compro tutti i tuoi disegni, ma non ne produrrò nemmeno uno. Vedo che hai del talento ma di aziende e di cosa si produce non ci capisci ancora nulla. Visto che sei di Murano, se vuoi, passa qui una volta alla settimana, così posso spiegarti e mostrarti un po’ di cose».

Mi si aprì un mondo, ebbi modo di conoscere progettisti come Ross Lovegrove, Tom Dixon, Thomas Heatherwick, Anish Kapoor, Ingo Maurer e molti altri. Frequentai Salviati per sei mesi, quasi come se fossi un ragazzo di bottega. Quell’esperienza è stata per me come vent’anni di specialistica all’università, ho imparato più lì che in qualsiasi corso accademico. Il mio primo progetto in produzione è stato Mille Bolle proprio per Salviati e ho avuto la fortuna che diventasse un best seller. Avevo 23 anni e con quei soldi ho comprato il mio primo PC, così ho iniziato la mia attività di designer anche se non sapevo ancora cosa volesse dire veramente.

Il tuo background è definito da moltissime esperienze, da Salviati a Foscarini e ancora, solo per citarne alcune, Bosa, Casamania, Kristalia, Moroso, Venini e tanti altri. Puoi raccontarci come si è evoluto il tuo lavoro nel tempo?

Al di là delle tante collaborazioni professionali che mi hanno portato a sperimentare in vari campi, non ultimo quello della moda con una collezione che ho disegnato per la Manufacture ho sempre fatto scelte di vita e non solo professionali. Ad esempio, ho aperto lo studio a Venezia e non a Milano, semplicemente perché mi trovavo bene lì. A Milano, tra l’altro, sarei stato uno dei tanti mentre a Venezia ho goduto di una condizione privilegiata e di una certa unicità. Appena arrivato in Svezia ho assorbito il DNA scandinavo nell’approcciare il prodotto e il progetto. Poi, il fatto di essere comunque uno straniero, in un Paese culturalmente diverso, ha spinto ancora di più la mia italianità. Paradossalmente, nel progettare sono più italiano adesso, rispetto a qualche anno fa. Chiaramente la Scandinavia mi ha dato tutta una serie di nozioni che non avevo. Ma se rimaniamo all’estetica, viene fuori la mia anima italiana.

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Projects, collaborations and conversations in design… E’ il tuo nuovo libro, ce ne parli?

Intervista a Luca Nichetto

Non si tratta del classico coffee table book, infatti non racconta solo vent’anni di progetti ma soprattutto un network di personaggi e relazioni che hanno ruotato attorno al mio mondo suggestionandolo. Non volevo qualcosa di autocelebrativo ma soprattutto rendere omaggio al lavoro dei tanti collaboratori e del mio team allargato. Il libro contiene, oltre a interviste a: creativi, giornalisti, top manager, progettisti e artigiani firmate da Max Fraser e Francesca Picchi, un editing di 137 progetti, 400 fotografie, bozzetti, prototipi, ma soprattutto storie e aneddoti che, nel complesso, forniscono una panoramica completa del lavoro inedito svolto dallo Studio. Tanto prodotto ma soprattutto tanto behind the scene. E’ una sorta di Smemoranda rough che spero possa ispirare anche tanti giovani designer.

Ci racconti alcuni progetti recenti su cui hai lavorato e le novità presentate in occasione dell’ultima Design Week 2022?

Difficile scegliere solo alcuni di cui parlare: ho amato progettare il chess set Flirt per Salvatori, mettermi in gioco su “larga scala” con la cucina Jeometrica per Scavolini, disegnare nuovi prodotti per Wittmann e vedere finalmente realizzata l’installazione al museo Poldi Pezzoli per La Manufacture.

Come immagina Luca Nichetto la casa del futuro?

La Das Haus che avevo progettato per IMM Cologne 2021 (edizione poi purtroppo annullata) indubbiamente rappresentava la mia idea della casa del futuro. Il progetto puntava tutto su temi che ai più ormai appaiono come imprescindibili: una progettazione vicina all’uomo e al suo divenire, a cui si aggiunge la sostenibilità ambientale. La casa era concepita come la metafora del pianeta vivente: il salotto, posto al centro di una struttura abitativa di stampo modernista, ne rappresenta il cuore verde, è ispirato alla foresta Amazzonica e alla sua biodiversità. Zona giorno e zona notte, quest’ultima distribuita tutta intorno allo spazio living, condividono ampie finestre per inondare ogni ambiente di luce. Lo spazio poi è facilmente riconvertibile e integrato, perfetto per coniugare la dimensione privata e quella professionale, sempre più votata allo smartworking.

In che modo i luoghi influiscono sul tuo lavoro?

Moltissimo! Il mio luogo di nascita mi è valso l’appellativo di Glass boy e il vetro è spesso al centro dei miei progetti. Il trasferimento in Svezia, per amore, nel 2011 mi ha aperto un nuovo mondo.

I cambiamenti dovuti al COVID-19 sono stati rapidi. In che modo pensi che la pandemia plasmerà e cambierà il mondo del design?

Intervista a Luca Nichetto

Lo scoppio della pandemia mi ha bloccato in Svezia praticamente per un anno e mezzo. Personalmente devo dire che, tutto sommato, questo momento di blocco totale a me non è dispiaciuto. Mi ha permesso di poter ritornare in studio, apprezzando di più il lavoro che faccio. Prima del Covid, senza accorgermene, ero entrato in una sorta di centrifuga, perennemente sballottato tra eventi, clienti, visite di ogni tipo. Avrei preferito non tornare a quel mondo lì ma la ripresa post pandemia è stata quasi uno shock, anche se è stato bello ritrovare per il Fuori Salone una Milano tanto viva. Credo che tutto sommato il mondo del design abbia ripreso i propri riti e ritmi in modo ancora più serrato.

Volgendo uno sguardo al futuro, ci sono idee che pensi debbano essere al centro delle menti di architetti e designer. Con i cambiamenti in corso in ambito climatico, così come le innovazioni nella tecnologia e nei materiali, come pensi che possano cambiare i modi di praticare la tua professione ed infine qual è la “cosa” più contemporanea, forte e promettente che si sta manifestando a tuo avviso sulla scena del design contemporaneo?

Un tema del presente, ma anche del futuro è la sostenibilità. Fortunatamente oramai è chiaro che non si tratta solo di un trend o di una moda. L’impatto ambientale è però un tema che va affrontata con serietà, e non con progetti destinati effimeri come, “sedie fabbricate con i filtri del caffè riciclato”. Dobbiamo essere sempre più consapevoli che ogni nostra azione potenzialmente può inquinare l’ambiente e che lavorare con le aziende, creare prodotti, richiede una grande responsabilità. Dobbiamo puntare a innalzare il valore dei prodotti che progettiamo mettendo la qualità al primo posto, con il goal di educare il consumatore ad acquisti più consapevoli e duraturi. Il futuro del design sarà produrre meno e meglio.

Una domanda che è anche un po’ una provocazione, esiste ancora uno stile italiano nel design?

Certamente. L’Italia resta il territorio prediletto da tutti i designer del mondo, qui puoi veramente fare tutto con grande qualità, in un ambiente in cui l’impatto è importante: in altri Paesi non è così. Questo modo di progettare ha infatti influenzato oggi diverse realtà internazionali. Il modello italiano è stato esportato e copiato.

Cosa significa per te il concetto di Made in Italy?

Intervista a Luca Nichetto

Il concetto di Made in Italy per me continua ad essere sinonimo di qualità e massima artigianalità ma, al di là degli ultimi due anni, lavorare in Italia è sempre stato difficile. Anche se è pur vero che se riesci ad affermarti in questo Paese lavori ovunque. All’estero c’è progettualità, si cerca di lasciare qualcosa a chi ci sarà dopo, in Italia no. I designer italiani conosciuti all’estero sono pochi proprio per questa mancanza. Ettore Sottsass è stato l’unico a creare una scuola. Neanche la generazione di mezzo, quella dei Citterio e dei Lissoni l’ha fatto. E le istituzioni ti promuovono solo se sei già emerso. Pensando alle prossime generazioni di designer in Europa chi promuove al meglio i giovani sono Francia e Inghilterra: la prima investe di più in cultura, la seconda è il Paese più potente per stampa e comunicazione. Il design italiano deve investire, ora, attentamente sul futuro se vorrà mantenere il suo primato internazionale.