Cambiare riscaldamento e recuperare il 50%: se sbagli impianto rischi di perdere la detrazione
I nuovi documenti pubblicati il 23 settembre fissano requisiti più severi per i lavori avviati dal 4 febbraio 2026. Chi sbaglia impianto rischia di perdere la detrazione.
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Chi sta valutando di cambiare l’impianto di riscaldamento approfittando dell’Ecobonus dovrebbe dare un’occhiata ai documenti pubblicati in questi giorni dall’ENEA. Il 23 settembre l’Agenzia ha aggiornato tutti e tredici i vademecum che spiegano, intervento per intervento, quali requisiti tecnici servono per ottenere la detrazione. Non è materiale per soli tecnici: dentro ci sono condizioni che possono far saltare l’agevolazione anche a lavori già pagati.
Lo spartiacque è il 4 febbraio 2026

La novità più rilevante riguarda le pompe di calore e i generatori a biomassa, per i quali sono cambiate le regole a seconda della data di inizio dei lavori. Lo spartiacque è il 4 febbraio 2026, data di entrata in vigore delle nuove disposizioni collegate al decreto legislativo 5 del 2026.
Per le pompe di calore, fino a quella data bastava rispettare i valori minimi di COP e, per gli apparecchi che raffrescano anche d’estate, di EER, fissati dal decreto ministeriale del 6 agosto 2020. Per i lavori iniziati dal 4 febbraio in poi si aggiungono i requisiti sui coefficienti stagionali, cioè SCOP, SEER e SPER, insieme alla conformità ai valori di efficienza stagionale previsti dall’allegato IV del decreto legislativo 199 del 2021. In pratica non conta più solo il rendimento di picco, ma il comportamento dell’apparecchio lungo l’intera stagione. Cambia qualcosa anche per gli scaldacqua a pompa di calore: oltre al coefficiente di prestazione superiore a 2,6, per i lavori avviati dal 4 febbraio l’apparecchio deve appartenere almeno alla classe A di efficienza energetica.
Biomasse, la stretta più severa
Sulle biomasse il cambiamento è più netto. Per i lavori iniziati dal 4 febbraio 2026 il generatore installato deve appartenere alla classe 5 stelle o superiore della certificazione ambientale, e soprattutto l’intervento deve sostituire un generatore a biomassa, a carbone, a olio combustibile o a gasolio. Sostituire una caldaia a metano o a GPL con una stufa o una caldaia a pellet resta possibile, ma solo se il nuovo apparecchio garantisce emissioni di particolato non superiori a un milligrammo per metro cubo normalizzato: una soglia che pochi prodotti raggiungono. E non è più ammessa la semplice nuova installazione in un edificio esistente, consentita invece per i cantieri avviati prima di quella data.
Le condizioni che fanno saltare la detrazione

Restano poi le condizioni generali, che vale sempre la pena ricordare perché sono la causa più frequente di contestazione. L’intervento deve configurarsi come sostituzione dell’impianto esistente e non come prima installazione, l’immobile deve essere accatastato e già dotato di impianto di climatizzazione invernale, e la potenza del nuovo generatore non può superare di oltre il 10% quella del vecchio, salvo una verifica dimensionale redatta secondo la norma UNI 12831. Sul fronte fiscale i vademecum confermano il quadro attuale: per le spese sostenute nel 2026 la detrazione è del 50% se chi paga è proprietario o titolare di un diritto reale sull’abitazione principale, del 36% negli altri casi, con un tetto di detrazione di 30.000 euro per unità immobiliare nel caso di pompe di calore e biomasse. Dal 2027 le aliquote scendono rispettivamente al 36% e al 30%.
Gli adempimenti da non dimenticare
Infine gli adempimenti: la scheda descrittiva va trasmessa all’ENEA entro 90 giorni dalla fine dei lavori attraverso il portale dedicato, e l’e-mail di conferma con il codice identificativo va conservata, perché è la prova della corretta trasmissione. Il pagamento, per chi non ha reddito d’impresa, deve avvenire con bonifico parlante. Prima di scegliere l’impianto conviene quindi confrontare bene le tecnologie disponibili e valutare qual è la soluzione è adatta alla propria casa perché non tutte rientrano nei nuovi requisiti.