Letizia Caramia e Morten Thuesen/ Older Studio raccontano la loro visione creativa che ha ridefinito il concetto di divisa
Abbiamo intervistato i fondatori di Older Studio per scoprire il loro processo creativo, la passione e lo spirito che alimentano ogni loro progetto, esplorando il modo in cui trasformano le uniformi in strumenti di identità, appartenenza e racconto.

Hanno rivoluzionato il concetto stesso di divisa, trasformandola da semplice elemento funzionale a potente strumento narrativo: sono Letizia Caramia e Morten Thuesen, coppia nella vita e nel lavoro, fondatori di Older Studio dopo importanti esperienze maturate nel mondo della moda. Due personalità complementari – lei italiana, lui danese – che hanno saputo unire sensibilità, culture e competenze diverse per dare vita a uno studio creativo specializzato nella progettazione e produzione di uniformi inclusive e sostenibili, capaci di raccontare l’identità e l’anima dei luoghi per cui vengono ideate. Un percorso iniziato con la realizzazione delle prime divise per il celebre ristorante Noma di Copenhagen, progetto che ha segnato l’inizio di una ricerca approfondita sul rapporto tra ciò che si indossa, lo spazio e il senso diell’ospitalità. Da allora Older Studio ha collaborato con numerose realtà, creando uniformi su misura in cui ogni elemento – dai colori ai materiali, dai dettagli sartoriali ai volumi – contribuisce a costruire un linguaggio visivo coerente e riconoscibile. Per Letizia e Morten una divisa non è mai soltanto un capo da indossare, ma un’esperienza capace di rafforzare il senso di appartenenza, valorizzare chi la porta e diventare parte integrante dell’atmosfera di un luogo. Il loro approccio multidisciplinare li porta a muoversi oltre i confini della moda, esplorando ambiti diversi come il design, con la stessa attenzione alla materia, alla funzionalità e all’estetica. In ogni progetto di Older Studio emerge una profonda cura per il dettaglio: un lavoro in cui sartorialità e visione creativa si incontrano per dare forma a nuovi modi di raccontare gli spazi e le persone che li abitano. Oggi i pezzi di OLDER fanno oggi parte della collezione permanente del MAXXI – Museo di Architettura e Design di Roma, dell’ADI Design Museum, dell’Hong Kong Design Institute e del Padiglione Italia all’Expo 2010 di Shanghai e da Nilufar Gallery.

Come vi siete conosciuti e cosa vi ha fatto capire che avreste dovuto fondare uno studio insieme?
«Ci siamo conosciuti nel 2011 a Londra, mentre entrambi lavoravamo da Alexander McQueen. In seguito, ci siamo trasferiti a Parigi, dove dopo un anno e mezzo circa abbiamo iniziato a pensare di avviare la nostra attività. Così nella primavera del 2013 è nato OLDER, che per due anni e mezzo è rimasto un progetto di ready-to-wear che supportavamo con i nostri rispettivi lavori. Avendo una formazione come designer abbiamo dovuto imparare tutto dai nostri errori e dopo qualche anno di sforzi abbiamo finalmente deciso di intraprendere la strada delle uniformi».

Venivate entrambi dalla moda. Quando avete capito che il vostro interesse andava oltre il fashion?
«Presentammo OLDER per la prima volta nel 2013, durante la fashion week autunno/inverno di Parigi. Lo “showroom” che ci ospitò era in realtà l’appartamento del fratello di Morten, al quale chiedemmo di passare qualche giorno fuori casa. Dopo due anni di sangue, sudore e lacrime, cercando di fare i salti mortali per stare al passo con i tempi della moda, iniziammo a sognare di distaccarci dal mondo del lusso, per creare qualcosa di accessibile, che però potesse portare un’innovazione, invece che un altro brand di lusso indipendente che non poteva competere con marchi già esistenti con possibilità economiche molto più grandi. Fu proprio grazie all’iniziale insuccesso che ci accorgemmo che il concetto canonico di “sistema moda” non ci rappresentava e viceversa. I nostri amici lavoravano nella ristorazione ed in altri settori dove c’era l’esigenza di indossare un uniforme, e ci siamo accorti che quello poteva essere un settore dove portare innovazione. Volevamo creare qualcosa in modo diverso e diventarne i pionieri. Così è rinato OLDER Studio».

C’è stato un momento preciso in cui OLDER ha preso forma o è stato un processo graduale?
«OLDER come marchio di uniformi é nato nel 2015, con la prima collezione di camicie e grembiuli realizzata per il ristorante 108 a Copenhagen (sister restaurant del NOMA) . Ovviamente questo fu un ottimo biglietto da visita che ha innescato una reazione a catena ed un interesse verso il nostro progetto. Abbiamo iniziato chiedendoci se fosse una buona idea o meno, e ci siamo resi subito conto che mancava un approccio come il nostro in questo ambito. Siamo partiti da una base ideologica, con aspettative molto chiare su ciò che le nostre divise avrebbero dovuto rappresentare e offrire e ci stiamo ancora evolvendo in quella direzione per poter garantire un prodotto sempre migliore».

Come nasce l’idea di progettare le divise?
«L’idea è nata durante una notte di Capodanno a Copenaghen, insieme ad alcuni amici che lavoravano tutti nel settore della ristorazione o in studi di architettura. Stavano parlando di una cucina basata sul concetto di “chilometro zero”, del legno perfetto per il tavolo, ma ciò che indossavano come divise non rifletteva affatto questi risultati in termini di approvvigionamento e produzione – ed è qui che si è accesa una lampadina in entrambi: l’abbigliamento da lavoro poteva, se lo si desiderava, veicolare quei messaggi in modo ancora più efficace degli oggetti che popolano lo spazio in cui operano. Eravamo convinti che l’abbigliamento da lavoro dovesse soddisfare gli stessi principi ecologici, qualitativi ed estetici di ogni altro dettaglio, ed è così che tutto è iniziato».

Che significato hanno per voi? E che funzione oggi riveste la divisa nella società contemporanea?
«La nostra scelta di disegnare e produrre uniformi per il B2B, quindi da indossare durante le ore di lavoro anziché nel tempo libero, nasce proprio dal fatto che non ci sembrava che il mondo avesse bisogno di altri brand di moda. L’uniforme da lavoro è uno strumento che può dar fiducia al lavoratore e rafforzare l’identità di un luogo se studiata per adempiere questi compiti. Non tutti fanno il proprio lavoro per passione in un determinato settore, ma tra i nostri clienti – soprattutto nella ristorazione – spesso, invece, c’è un grande amore per questo mestiere e l’ambizione di essere riconosciuti per il proprio impegno e i propri sforzi, quindi l’uniforme diventa uno strumento per entrare a pieno nel proprio ruolo e sentirsi valorizzati in questo. A nostro avviso, le uniformi giocano un ruolo più grande di quello che vi è normalmente associato. Quando si entra in un ristorante, un hotel e in moltissimi altri luoghi, quello che indossa chi ci riceve ha un forte impatto sull’impressione che ci facciamo di tale luogo, si tratta di un elemento molto importante. Naturalmente, l’impatto dell’uniforme è direttamente proporzionale all’intenzione dello spazio in cui viene utilizzata. Il nostro lavoro è quello aiutare i clienti a definire questa intenzione, nel modo più audace e progressivo possibile dal punto di vista visivo. Ci piace creare capi che scatenino curiosità e abbiano diversi significati, grazie all’utilizzo di colori, dettagli e volumi concepiti su misura, senza trascurare la praticità e la funzionalità dei vestiti, che è un elemento essenziale dell’uniforme».
Nel vostro studio avete anche un laboratorio che vi permette di seguire l’intera filiera produttiva. Com’è organizzato questo spazio e quale ruolo ha nel vostro processo creativo?
«Nel nostra studio c’è un atelier che ci permette di occuparci di tutta la parte di sviluppo e prototipi dei nostri capi, dal cartamodello, alla tela di prova, al capo finito. Non abbiamo la capacità di sviluppare grandi quantità, quindi la produzione della collezione permanente è affidata a manifatture esterne in Europa. Però spesso ci capita di fare piccole produzioni su misura internamente, oppure progetti up cycled di recupero degli scarti di tessuto che rimangono dalle produzioni o dalle campionature. Il bello di avere un atelier interno è che c’è sempre spazio per improvvisazione e per sviluppare nuove idee in libertà».

I vostri progetti sembrano sempre partire da un’idea culturale più che da una necessità commerciale. Come proteggete questo approccio lavorando con grandi clienti?
«Il mondo delle divise è molto industriale e basilare. Noi vorremmo essere l’antidoto a questo approccio, ecco perché offriamo una collezione permanente, sempre disponibile, da cui i clienti possono attingere. Parte della sostenibilità del nostro marchio risiede nella durata dei capi e nel fatto che l’uniforme diventi un elemento identitario per l’essenza di un luogo. Inoltre, pensiamo che il tempo sia un elemento centrale nel design. Le uniformi, devono durare e funzionare al meglio per tutto il loro ciclo di vita: sono prodotti industriali, pensati per essere usati, lavati, messi alla prova ogni giorno. Allo stesso tempo, abbiamo sempre creduto che il tempo possa valorizzare un oggetto: se è fatto bene fin dall’inizio, con il tempo si trasforma, si ammorbidisce, sviluppa una patina che aggiunge carattere e significato. Anche il nome OLDER nasce da questa idea. In un sistema ossessionato dalla novità e dalle tendenze, l’idea di qualcosa di stabile, che migliora nel tempo, ci sembrava quasi provocatoria — soprattutto all’inizio, quando avevamo 24 anni e a Parigi tutti ci chiedevano perché proprio “OLDER”. Ed è proprio questo l’approccio che ancora oggi applichiamo verso ogni nuovo progetto, grande o piccolo».
C’è un progetto per voi significativo?
«Tutti i nostri progetti hanno un significato profondo e fanno parte di un ciclo dello studio. Tuttavia, se dovessimo evidenziare un progetto che ci ha aperto molte possibilità, sarebbe il progetto del Ristorante Lyst a Fjordenhus, che abbiamo realizzato con lo Studio Other Spaces di Olafur Eliasson su commissione di uno degli eredi della famiglia LEGO in Danimarca. Significativo perché per questo progetto abbiamo disegnato le uniformi ispirandoci direttamente al design architettonico degli interni e degli esterni dello Studio di Olafur Eliasson; le divise hanno davvero esteso questo concetto architettonico al personale e hanno concretizzato la teoria delle uniformi come estensione architettonica, che lui aveva lanciato alcuni anni prima del progetto. Il progetto è stato poi pubblicato in una splendida monografia, che ci ha consolidati sul mercato ma anche come studio con un approccio ideologico al modo in cui progettiamo e produciamo le nostre divise».
Qual è stato invece quello più difficile?
«Ogni progetto su misura che realizziamo presenta delle difficoltà, poiché dobbiamo creare qualcosa partendo da zero, dalla progettazione alla produzione. Tuttavia, molto spesso è proprio in quei momenti che emerge qualcosa di davvero interessante; ma naturalmente, realizzare un progetto unico che esiste solamente in un singolo esemplare significa creare una filiera indipendente affinché il cliente possa effettuare nuovi ordini in futuro. Per noi è affascinante il fatto che sia necessario organizzare una filiera indipendente affinché i progetti continuino a vivere anche una volta terminato il nostro lavoro».

Oggi tutti parlano di sostenibilità. Voi lo facevate già molti anni fa. È stata una scelta etica o progettuale?
«Consideriamo le divise alla stregua di una tecnologia o di un software, nel senso che hanno la capacità di evolversi: qualora le esigenze degli utenti dovessero cambiare, possono svilupparsi organicamente insieme a loro. Per noi, il marchio è simbolo di un insieme di regole e valori. A partire dal processo di progettazione, da come è stato concepito, ma soprattutto da come è stato realizzato. Tessiamo tutti i nostri tessuti in Italia, in collaborazione con uno dei principali fornitori europei di tessuti sostenibili per l’abbigliamento da lavoro, privi di PFAS, mentre produciamo tutte le nostre divise in Europa e tutti i capi vengono imballati in confezioni compostabili al momento della consegna. Per noi, la filiera di OLDER Studio rappresenta una vera e propria fonte di ispirazione, poiché costituisce un’alternativa ambiziosa al modo in cui le divise industriali vengono prodotte, vendute e distribuite su scala globale; cerchiamo costantemente di migliorarla e aggiornarla».

Oltre alle divise, avete firmato anche una serie di oggetti di design. Come cambia il vostro approccio quando progettate un prodotto?
«Il nostro modo di progettare gli spazi si basa su un interesse intuitivo e curioso per il design storico, a cui si aggiungono numerose ricerche e consultazioni d’archivio. A ciò si uniscono i nostri progetti originali, che solitamente nascono dall’esigenza di creare ciò che non riusciamo a trovare. Collezioniamo ormai da diversi anni e abbiamo avuto la fortuna di trovare molti degli oggetti che amiamo grazie alle ricerche approfondite condotte in un’epoca in cui i social media dedicati all’interior design non avevano ancora reso tutto più immediato e competitivo. È così che ci siamo avvicinati attivamente al mondo del design. C’erano delle lacune nelle nostre ricerche, oggetti specifici che non riuscivamo a trovare, così li abbiamo realizzati noi stessi».

Ci sono libri, film, artisti o architetti che ritornano continuamente nel vostro lavoro? Vi sentite più italiani o più nordici nel modo di progettare?
«Prima di trasferirci a Milano, abbiamo vissuto a Parigi per nove anni, e gran parte della nostra ispirazione iniziale è derivata dallo studio del design francese della metà del secolo scorso, osservando figure come Le Corbusier e Pierre Jeanneret, Jean Prouvé, Jean Royère e Charlotte Perriand. A Milano, invece, la nostra attrazione e ammirazione per l’approccio italiano al design e all’architettura – più materico, deciso e colorato – ha trovato la sua piena espressione. Nomi del postmodernismo come Umberto Riva, Gae Aulenti, Cini Boeri, Carlo, Afra e Tobia Scarpa sono diventati strumenti fondamentali per la nostra immaginazione e creatività, oltre che un brillante accostamento e una parte essenziale della costruzione del mondo di OLDER Studio. Recentemente abbiamo realizzato un servizio fotografico con Tobia Scarpa nel suo studio alle porte di Treviso, mentre indossava una delle nostre prime camicie e giacche della linea “uniform”, risalenti al 2016, la camicia “TOBIA”, creata proprio in suo onore; a volte, quindi, il cerchio si chiude. La scena moderna scandinava, e naturalmente quella danese, è quella con cui Morten è cresciuto e in cui si è formato, quindi anche questa gioca un ruolo fondamentale nelle nostre vite: un approccio al design più sobrio, discreto ed essenziale che, per molti versi, è in contrasto con quello italiano e, allo stesso tempo, ne costituisce una naturale estensione. La nostra biblioteca è piuttosto ampia, soprattutto per quanto riguarda il design, la moda e l’architettura, con risorse provenienti da tutto il mondo. Anche la musica riveste un ruolo fondamentale: crea l’atmosfera nello studio ed è una compagna costante durante tutta la giornata. Non ci limitiamo mai a un unico genere: nello studio prediligiamo una cultura dell’eclettismo, quindi la nostra playlist spazia da Mozart al rap di Memphis, dalla techno alle canzoni popolari di protesta italiane. Ci piace così».

Quali luoghi vi ispirano maggiormente?
L’architettura ha sempre esercitato un’enorme influenza sul nostro lavoro, quindi diremmo che visitare i gioielli architettonici dei nostri idoli – e ne abbiamo molti – è sempre fonte di grande ispirazione. All’inizio dell’anno abbiamo realizzato un servizio fotografico con Tobia Scarpa nel suo studio alle porte di Treviso: è stato davvero un momento speciale per noi. Non solo perché abbiamo avuto modo di conoscerlo, grazie a un invito della Triennale a partecipare a una conferenza con lui, ma anche perché, agli esordi, avevamo realizzato una camicia chiamata TOBIA dedicata proprio a lui. Vedere questo maestro indossare uno dei nostri primissimi modelli, nel suo studio a dieci anni dalla sua creazione, è stato un momento in cui tutto è tornato al punto di partenza, davvero speciale.
Milano è ancora la città giusta per fare ricerca nel design?
Pensiamo di sì. Milano è una città alla quale saremo eternamente grati, poiché è stata proprio Milano a credere in noi e a portarci al livello che sognavamo di raggiungere. Essendo danese, Morten ha davvero sentito che il processo di integrazione si è completato a Milano e qui è diventato italiano, pur rimanendo ovviamente ancora molto scandinavo. Milano completa il triangolo tra architettura, moda e design, con una scena gastronomica e dell’ospitalità in piena espansione: questo l’ha resa il luogo perfetto in cui OLDER ha potuto insediarsi. Inoltre, con una filiera italiana come la nostra, crediamo molto in questa città.

Come è cambiata da quando avete aperto lo studio?
Siamo arrivati a Milano da Parigi, dopo averci trascorso nove anni, proprio prima della pandemia. All’epoca la città non era una meta così ovvia, almeno non da una prospettiva extraeuropea, come lo è oggi. Questo aveva i suoi vantaggi, perché si percepiva davvero che c’era spazio per innovare e far emergere nuove idee. Abbiamo trovato i milanesi curiosi e aperti verso “il nuovo”, il che era davvero bello. Il nostro primo cliente in Italia è stato a Milano, Yohji Tokuyoshi, e dopo di lui ne sono seguiti molti altri in rapida successione. Grazie a una bellissima pubblicazione che aveva realizzato su Lina Bo Bardi per Nilufar Gallery, abbiamo conosciuto Valentina Ciuffi e le abbiamo presentato il nostro lavoro. Un anno dopo collaboravamo sia con lei che con Joseph Grima attraverso Alcova e abbiamo tenuto la nostra prima mostra personale a Nilufar Gallery. Abbiamo incontrato tantissimi protagonisti della scena milanese, con i quali abbiamo avuto il privilegio di collaborare e ai quali siamo incredibilmente grati.
C’è un progetto che sognate ancora di realizzare?
Ci sono tante progetti che sogniamo di realizzare, o che forse non realizzeremo mai. Ogni volta che approcciamo un nuovo mondo, cerchiamo sempre persone con cui collaborare che siano specializzate e che condividano i valori di OLDER, che poi sono anche i nostri. Non ci interessa però fare tutto, perché quando ci si focalizza su qualcosa che ancora deve venire poi si pensa subito ai suoi limiti e il processo creativo diventa più difficile. Per la verità, al momento, una cosa che vorremmo imparare sono altre lingue che ancora non sappiamo parlare!
Letizia Caramia e Morten Thuesen/ Older Studio raccontano la loro visione creativa che ha ridefinito il concetto di divisa: foto e immagini.