In Toscana, un hotel diffuso racconta la tradizione con uno sguardo contemporaneo
I Vivai al Parugiano, firmati dallo studio B-arch, danno forma a una destinazione di ospitalità che mette in dialogo la tradizione toscana con una sensibilità contemporanea, grazie a una nuova pelle architettonica.

Se l’idea è una vacanza in Toscana, lontano dai circuiti più affollati, Montemurlo – alle porte di Prato – offre un indirizzo da tenere d’occhio: I Vivai al Parugiano. Il progetto porta la firma dello studio fiorentino B-arch, fondato da Sabrina Bignami e Alessandro Capellaro, che da oltre vent’anni lavorano sul terreno di confine tra architettura e interior design. Il loro approccio si riconosce nella capacità di far dialogare linguaggi diversi, materiali e paesaggi, mantenendo sempre uno sguardo attento alla qualità dell’esperienza abitativa.
Insignito del Premio Architettura Toscana, tra i vincitori del BIG SEE Architecture Award – riconoscimento internazionale che premia le architetture contemporanee – l’intervento nasce dal recupero di una colonica ottocentesca e dal suo ampliamento in chiave contemporanea. Più che un semplice hotel, I Vivai al Parugiano è un sistema articolato di spazi che richiama un piccolo borgo: volumi distinti, funzioni integrate, percorsi che si aprono e si chiudono seguendo una logica quasi organica. Camere, ristorante, spa e aree all’aperto sono distribuite in un insieme che dialoga con il paesaggio agricolo circostante senza sovrapporsi ad esso.

- Un’architettura essenziale, non nostalgica, in dialogo con la tradizione rurale
- Narrazione con viste sul paesaggio
- La scelta di materiali che valorizzano il territorio
- Gli esterni in dialogo con gli interni
- In Toscana, un hotel diffuso racconta la tradizione con uno sguardo contemporaneo: foto e immagini.
Un’architettura essenziale, non nostalgica, in dialogo con la tradizione rurale
La sfida progettuale si gioca su un equilibrio sottile: mantenere un legame con la tradizione toscana senza riferimenti nostalgici, introducendo un linguaggio essenziale e contemporaneo. Nasce così un’architettura che lavora per sottrazione, fatta di volumi compatti, segni netti e materiali che conservano una forte presenza tattile. Il rapporto tra esistente e nuovo è uno degli aspetti più riusciti del progetto. I volumi si accostano come in un piccolo insediamento diffuso, dove pietra, mattone e ferro convivono con vetro e acciaio. Non c’è gerarchia evidente, ma una continuità costruita per accostamenti, in cui ogni elemento contribuisce a definire un insieme coerente. La luce diventa il vero collante: entra negli spazi, li attraversa, ne modifica la percezione nel corso della giornata.

Tra i materiali più interessanti c’è il mandolato, la tradizionale trama in laterizio dei fienili, qui reinterpretata come una pelle architettonica. Funziona come filtro e come soglia: attenua la luce, protegge la privacy e al tempo stesso mantiene una relazione costante con l’esterno. È un elemento che lavora sulla profondità, creando ombre e vibrazioni che cambiano con il passare delle ore.

Narrazione con viste sul paesaggio
Gli interni seguono una logica narrativa più che semplicemente funzionale. Il ristorante, ad esempio, è pensato come un ambiente longitudinale attraversato da una prospettiva continua: ogni tavolo si confronta con una vista straordinaria, trasformando il momento del pasto in un’esperienza che coinvolge anche lo sguardo. Le tende color ruggine introducono una partitura cromatica morbida che insonorizza e modula luce senza frammentare lo spazio. Qui, lo chef propone un menù dove protagoniste sono le materie prime provenienti da piccoli produttori di zona, ma anche grandi piatti cult della tradizione toscana e italiana reinterpretati con un twist contemporaneo. Più scenografica, è la presenza della scala elicoidale in corten che collega la hall alla cantina, una struttura scultorea che nobilita lo spazio di passaggio, con un corrimano luminoso. La cantina invece si sviluppa come uno spazio silenzioso e avvolgente. Al centro della sala un grande tavolo conviviale per degustare oltre 300 etichette e condividere momenti di gioia.

La scelta di materiali che valorizzano il territorio
Proseguendo alla scoperta dello spazio, la reception sintetizza molti dei temi del progetto. I materiali – calce, laterizio, vetro – definiscono l’equilibrio tra interni ed esterni, mentre la grande vetrata, schermata dal mandolato, filtra la luce. Gli arredi sono essenziali, con dettagli su misura come il bancone in cotto dell’Impruneta, realizzato da Poggi Ugo, che richiama una tradizione artigianale ancora fortemente radicata nel territorio.

Nelle camere, distribuite tra il corpo storico e la nuova costruzione, il linguaggio si fa ancora più essenziale. Pochi materiali, tonalità neutre, luce naturale come elemento centrale: calce, legno, ferro brunito e luci dal design iconico. Gli affacci e i piccoli patii privati rafforzano la relazione con il paesaggio con zone schermate dal mandolato e aperture contemporanee.
Gli esterni in dialogo con gli interni

All’esterno, il progetto si completa senza soluzione di continuità. La piscina, i giardini e le aree verdi non sono elementi accessori, ma parte integrante dell’esperienza. Tra olivi e graminacee, gli spazi si aprono e si dilatano, accompagnando lo sguardo verso il paesaggio. L’architettura qui si fa più discreta, quasi a lasciare il passo alla natura. Nel complesso, I Vivai al Parugiano restituiscono un’idea di ospitalità misurata, lontana da ogni spettacolarizzazione. Un luogo in cui il progetto non si impone, ma costruisce relazioni: tra interno ed esterno, tra materia e luce, tra memoria e contemporaneità. Una rilettura consapevole della tradizione rurale toscana, che trova nel dettaglio e nella qualità dello spazio la sua dimensione più autentica.