Supersalone 2021 Moroso: intervista a Patrizia Moroso

Supersalone 2021 Moroso: in occasione della Design Week abbiamo incontrato ed intervistato Patrizia Moroso, Art-director di Moroso, con cui abbiamo parlato di arte e sostenibilità.

Supersalone 2021 Moroso

Tra i punti fondamentali della filosofia aziendale di Moroso da sempre c’è la “diversità”. Ce ne vuole parlare?

“Il concetto di diversità è intrinseco in tutto il mio percorso sia personale che professionale. Il tema mi è caro da sempre ed è un tema talmente importante da trovarlo nei mondi più diversi, dall’arte alla filosofia, alla biologia ma comunque per me è sempre stato così, come dire, assolutamente ovvio. Non c’è da prendere una decisione, per me è Vitale, come lo è l’Evoluzione. Ognuno di noi è diverso dall’altro e la bellezza della creazione nasce proprio dalla diversità che si unisce. Sappiamo bene che anche il concetto di evoluzione biologica è legato alla diversità, tanto più esse sono vicine, tanto più la vita nuova sarà forte, importante e interessante.


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Questo è normale anche in filosofia quando diciamo che le idee che si confrontano fanno nascere idee nuove. Le idee che non si confrontano e che vogliono essere egemoni ovviamente sono idee che si fermano, che sono regressive e certamente molto più dittatoriali. Quindi per me, che amo la libertà – e l’ho sempre amata-, è evidente che la diversità è parte fondante di come sono io e delle cose che mi piacciono.

È ovvio che, per chi si occupa di arte e design, la diversità sia un punto focale. La curiosità nasce dalla scoperta della differenza, dei diversissimi modi di essere belli, di essere interessanti e di scoprire cose che non si conoscono, è quello che non si conosce ad essere interessante perché quello che conosciamo già ci appartiene. La curiosità ci spinge a scoprire cose nuove in tutti i campi, dal geografia alla matematica, alla fisica tanto per rimanere nel campo delle materie scolastiche.”

Ma ci sono anche altri valori che guidano la vostra storia aziendale, quali sono, ce li racconta?

“In primis l’etica è una cosa molto importante per quanto ci riguarda e parlo di etica dei rapporti, l’etica del rispetto delle diversità, la libertà di espressione, tutto questo fa parte della nostra idea aziendale e di come ci si debba porgere rispetto a un’idea di impresa che in fondo è una sorta di gruppo sociale. Una buona azienda ha come fine anche la costruzione di valori positivi e solidi: trasparenza, onestà, rispetto dei collaboratori, clienti, fornitori, designer, tutti quelli che hanno a che fare con noi. Questo è un punto importante, un valore fondante della nostra azienda che noi tutti cerchiamo di rispettare sempre.


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Ma è innegabile che la bellezza è quello che facciamo. Creiamo con il mondo e con le cose che ci circondano un rapporto di curiosità e di emozione, per questo tendiamo a creare stupore quando si può. Tutto quello che muove verso la bellezza in fondo è un atto artistico, l’artista ha una distintiva pulsione verso la bellezza che per ognuno ha connotazioni e significati molto diversi. Però diciamo che è un’attitudine quella che ci siamo dati, quello di cercare di superare schemi, consuetudini e cerchiamo anche di vivere i cambiamenti in atto nella società come un confronto con scenari diversi anche culturalmente. Noi lavoriamo nel mondo del design, ma architettura e arte sono sempre state delle compagne di strada. Siamo vicini a quel modo di sentire.


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In questa ottica la bellezza diventa un valore fondante insieme all’etica e alla sostenibilità, un po’ per questo periodo di sospensione un po’ perché, tutti abbiamo sotto gli occhi quel che sta succedendo nel mondo, alla natura e anche alla realtà di bellezza a cui ci riferiamo. Il mondo sta soffrendo e dobbiamo prendere delle decisioni anche operative nei confronti delle cose che facciamo. Cominciare ad analizzare bene quali sono i materiali, le modalità in cui si lavora. Bisogna essere molto più attenti al possibile impatto che il nostro lavoro può avere sull’ambiente, la società, l’economia. Non è un impatto a senso unico. Questo approccio diventa un obbligo morale verso i temi della sostenibilità. E’ il momento di chiedersi tutto, anche se comprare un libro su Amazon, ad esempio. Dobbiamo porci tante domande, in continuazione.”

A suo avviso, dal rapporto tra arte contemporanea e design quali approcci emergono, quali ricerche o sperimentazioni inaspettate?

“Se consideriamo che l’arte è fatta da uomini, donne, da esseri umani, io penso che ci siano molte possibili interazioni. L’arte è un campo della creatività che non ha limiti, non si pone un tema di funzione, di rapporto con la produzione. Ovviamente nelle modalità in cui ogni artista sceglie di lavorare, non tutta l’arte è materiale. Pensa a tutte le forme di performance che ci sono, da Marina Abramovic a tanti altri nelle loro forme, come testi o musiche. Non sono oggetti che appendi al muro, sono un qualcosa d’altro che molto spesso è più forte di un oggetto materiale.

L’arte in generale accompagna le nostre vite. Per me gli artisti sono come delle sentinelle che stanno tanto in alto e hanno grandi occhi, grandi orecchie, sono le nostre antenne sul mondo, sulla realtà, sulla vita, sui problemi, sulla bellezza e sulla bruttezza, su tante cose. Dobbiamo considerare l’arte come dei luoghi di sensibilità e dare l’attenzione che si da alla sentinella che ti avvisa su quello che sta succedendo. In tutta la lunga storia dell’arte l’artista è sempre stato un’avanguardia, vede prima di altri quello che sta succedendo. Quindi è chiaro che se si considera il design come il mondo della progettazione e della produzione di oggetti, è assolutamente evidente che il designer che non guarda all’arte non è così tanto interessante, almeno per me.

Ascoltare l’artista o vedere l’arte aiuta a costruire una mente più sensibile e la sensibilità è un dato primario di un designer. In questo l’arte insegna. Insegna a migliorare noi stessi e ad aprirci verso il mondo. Nel mio piccolo, tutti i rapporti che ho avuto con artisti, sono stati emozionanti, pieni di ispirazione, come quando ho lavorato con Marina Abramovic per costruire uno spazio di cui aveva bisogno per delle performance, il modo in cui lei immaginava il lavorare insieme, di cosa aveva bisogno… oppure il lavoro che stiamo presentando a questo Salone, l’oggetto finito ed industrializzato che è parte del progetto di Olafur Eliasson, che abbiamo cominciato due anni fa con la Biennale.

Lui aveva bisogno di tavoli, sedie e contenitori per organizzare un grande workshop all’interno della Biennale, per far stare insieme persone diversissime tra loro, come studenti e profughi, per 6 mesi. Persone diverse che lavoravano insieme ad unico progetto. Come dice Olafur, “lavorando insieme ci si conosce”, e questo è l’unico modo per superare problematiche e differenze culturali. Ci si conosce reciprocamente e si apprezzano i problemi dell’altro mettendosi nei suoi panni.

In questo sui percorso da artista noi l’abbiamo semplicemente aiutato a costruire degli oggetti che aveva in mente per quella performance (tavoli e librerie, diciamo dei contenitori). Tutti questi oggetti avevano nell’ordine generativo un tema di geometria che è molto caro ad Olafur, basato sul triangolo aureo. Su questo triangolo aureo costruiva degli oggetti di luce, delle lampade che diventavano poi l’oggetto del lavoro del workshop.

Questa geometria che faceva parte del progetto e dei prototipi per la performance, è stata studiata da noi per creare dei prodotti industrializzati. Alla fine cosa ci ha dato Olafur? Innanzitutto la sua meravigliosa presenza, vicinanza e rispetto reciproco, e poi l’aver partecipato intimamente alla creazione di un grandissimo progetto. Non è stato per nulla facile portare avanti i prototipi in una realizzazione industriale, ma ce l’abbiamo fatta dando vita ad un sistema che allo stesso tempo è libreria ma anche un oggetto scultoreo meraviglioso. Ha una funzione fortemente estetica, con le sue geometrie armoniche, ma allo stesso tempo ha una funzione propria, perché il design è quello, l’oggetto funzionale. Diventa così arte funzionale, in qualche modo, mettendo insieme le due esigenze di un’idea geometrica e di una funzione di contenitore, una libreria. Questo è l’incommensurabile regalo che è lavorare con un artista. Non creare solamente un oggetto che serve, ma uno che abbia una storia bellissima dietro.”

In che modo si sta evolvendo, oggi, il settore dell’arredamento, vista anche la pandemia di Covid-19, che ci ha fatto riscoprire l’importanza della casa durante il lockdown?

“Noi l’abbiamo visto all’istante. Essendo un’azienda che lavorava sia nel contract che nella casa abbiamo inizialmente avuto uno shock, ma poi tutta l’azienda ha cominciato a lavorare per dare importanza al residenziale, dare risposte ad un’idea di ambiente più che di oggetti. Quello che abbiamo cercato di far valere nella nostra proposta è proprio quello di proporre non oggetti singoli, come in fondo il design di un tempo ci aveva abituato, ma di proporre ambienti per la casa. Ambienti che avessero una relazione armonica per il colore o l’abbinamento delle forme, gli accessori e molto altro. Quello che noi proponiamo nei nostri punti vendita è un intero luogo con divani, poltrone, tappeti, librerie magari anche con un tocco di oggetti di nostro gusto, come delle ceramiche o porcellane di un certo valore, fatte da persone che stimiamo e che troviamo coerenti con il nostro lavoro.”

Vi siete posti nuovi obiettivi in ottica green o nuove soluzioni eco-sostenibili?

“Questo momento di domande e ripensamenti ha messo tutti di fronte a questa problematica. La prima cosa che capisci è che fai parte di un’industria manifatturiera che usa materiali che non sempre sono favorevoli all’ambiente, soprattutto per la loro origine. Il problema è risolto quando parliamo di legni e dei loro trattamenti e di tessuti per cui ci sono numerosissime opzioni in fibre naturali, ma anche di poliestere da riciclo. Questo in particolare trovo sia bellissimo, una bottiglia che galleggia in mare è veleno, ma una bottiglia che viene trasformata in tessuto è perfetta. Non si prendono risorse naturali, come accade per i tessuti in cotone organico ad esempio, ma si utilizzano scarti della società. Inoltre le opzioni anche in termini di colori e qualità sono migliorate rispetto agli anni passati, in cui nessuno voleva lavorare con il poliestere. Non solo, quindi, il tessuto in poliestere alla vista e al tatto può ingannare passando per cotone, ma si tratta anche di un tessuto estremamente resistente. A legni e tessuti aggiungiamo anche metalli ed alluminio, che hanno il loro riciclo. Ovviamente bisogna essere parte della catena di riciclo, i nostri legni sono tutti certificati ad esempio. Insomma, è diventato molto facile reperire questi materiali nelle versioni meno impattanti per l’ambiente.

Quello che rimane ancora un grosso problema è il materiale principale di un imbottito, il poliuretano. I poliuretani, come dice il nome, sono chimica pura. Nascono intorno agli anni ‘60 come uso intensivo – prima c’erano gomma e lattici, anch’essi poco eco friendly. Trovare un materiale alternativo è qualcosa che stiamo tutti perseguendo. Personalmente ho fatto molta ricerca per vedere come si costruisce materiale a base di lana, usando gli scarti. Ma non si può nemmeno tornare al medioevo.

Quello che secondo me bisogna fare e stiamo facendo è di insistere moltissimo con tutti i fornitori, due o tre in Italia che fanno capo ad una manciata di multinazionali nel mondo. Il materiale viene da là, dalle multinazionali chimiche. E’ importante che le innovazioni vengano da queste grandi aziende, perché é evidente che tutto sta nella loro possibilità di trovare soluzioni. Come il poliestere è diventato un materiale riciclato ottimo dal punto di vista tessile, si potrebbe trovare anche la maniera di riciclare dalle numerosissime plastiche di scarto per trovare un materiale nuovo per le imbottiture.

E’ anche evidente, e lo faccio da un anno nei brief che do ai miei designer, che non si può andare a correggere qualcosa di esistente. Se qualcosa è fatto in gomma, è fatto in gomma. Bisogna cominciare a progettare in un altro modo, cosa assolutamente non facile. Siamo in un momento di grande cambiamento che non deve portare ad un appiattimento della proposta. Se io ho a disposizione un poliuretano che nel fine vita può essere smaltito convertendo il materiale in energia, allora lo posso usare. L’importante è che all’interno di questo blocco di poliuretano non ci siano altri materiali in ferro, cosa comune negli stampi fino a poco tempo fa. Questo vuol dire che gli stampi senza ferro, ma in puro poliuretano costeranno di più, ma è una strada già percorribile che stiamo iniziando a sperimentare. Il mondo ci porterà verso nuovi materiali e ad una progettazione diversa.”

Dopo la pandemia e il lockdown, quali sono le sfide del futuro che dovranno affrontare le aziende che producono design?

“Questa è sicuramente la sfida più importante, proprio perché il problema parte a monte, dal design. Il design è il punto di partenza di qualsiasi progetto, si parte dal disegno. E’ chiaro che è una sfida che noi come azienda, in primis, dovremo avere molto bene in testa, per trasferirla assolutamente sempre e subito ai nostri collaboratori designer, ma anche ai nostri fornitori ed infine al pubblico. Il mercato, oggi giorno è sensibile, quando pensiamo ai più giovani, ma a volte lo è meno, soprattutto se pensiamo al mondo del lusso più sfrenato. Probabilmente esiste ancora qualche miliardario che desidera una zanna di elefante in casa o vuole utilizzare l’ebano per l’arredo. Richieste allucinanti che oggi sono impossibili da prendere o almeno, dovrebbero esserlo. D’ora in poi ci sono cose che non possono più essere lecite, in ogni circostanza.”

Ci racconta la nuova libreria Frame-shift di Oscar e Gabriele Buratti?

“Frame Shift è un mobile con ante scorrevoli e quindi a seconda di come lo si compone può crescere ed avere diverse funzioni diventando un mobile estremamente duttile. Per noi che non facciamo sistemi componibili, era importante dotarsi di qualcosa che occupasse gli spazi liberi con un mobile che fosse una sorta di jolly e Frame-shift lo è, può essere chiuso come contenitore o aperto come libreria, può essere basso come una console o una grande libreria a soffitto. E’ un piccolo sistema di contenitori che può crescere a seconda delle esigenze. Frame-shift per noi ha risolto molti problemi di richieste, non avendo mai avuto qualcosa di simile, soprattutto da quando abbiamo affrontato il mondo residenziale spingendo per una visione d’ambiente rispetto all’oggetto singolo – come dicevamo prima. Lo stesso concetto che troviamo anche in Olafur, che ha un impatto più forte dal punto di vista estetico, ma che si pone come punto di relazione tra verticale ed orizzontale, tra arte e design.”

E Pacific di Patricia Urquiola?

“Il divano non è più messo da qualche parte contro un muro, ma è un oggetto che sta al centro della stanza e viene visto in tutte le sue forme. Il divano Pacific di Patricia accoglie questa esigenza con forme più curve e più sinuose. Un oggetto morbido e sensuale che rimanda alle forme degli anni ‘60, come il tessuto che lo ricopre, l’orsetto che ricordo da quando ero ragazzina e che sono riuscita a recuperare grazie ad un nostro storico fornitore. Il mood è quello americano, con quelle forme più morbide, californiane. Anche il nome lo dice, Pacific come l’oceano, la California, un divano alla fine molto semplice, disponibile in diverse dimensioni e una poltrona. Pacific però, non è solo un divano per ambienti residenziali, si adatta anche ad alberghi e a situazioni in cui bisogna dare un segno curvo, piacevole e di conversazione.”

Qual’è il concept dell’allestimento per la Design Week 2021 e svelerete altre novità?

“Ecco, con 5 metri di muro non è stata una decisione semplice. Avevamo giusto giusto una libreria di Olafur che stava per essere completata, e quando hanno annunciato che ci avrebbero dato 5 metri di muro, ho pensato: perfetto! Apprezziamo il fatto che questa edizione abbia più un’ottica di exhibition, più museale. In quest’ottica abbiamo creato una piccola giungla di librerie di Olafur in cui tutti i colori sono volutamente naturali. Ci tengo a ricordare che il lavoro di Olafur, incentrato molto sulle luci, agli inizi era molto concentrato sul territorio e la natura, con una documentazione quasi ossessiva della sua terra, l’Islanda. Per questo ho aspettato l’arrivo di foto di muschi islandesi per fare una grande riproduzione – come una carta da parati – che coprisse tutto il muro. Così da costruire un paesaggio di geometrie con le librerie, nei loro colori naturali.”

Una domanda che è anche un po’ una provocazione, esiste ancora uno stile italiano nel design?

“Certo. Ci tengo a precisare che l’Italia è un grande paese di produzione, l’arredo italiano è unico al mondo ed inconfondibile come qualità di prodotto. Detto ciò, è evidente che il pensiero riguardo al design e a ciò che sta dietro alla progettualità è molto più globale ed internazionale per forza di cose. I designer vengono da sempre da tutto il mondo e per me, che mi occupo da sempre di diversità, è indifferente il loro paese di provenienza, se hanno una bella idea, è fantastico. Il design italiano resta ancora importantissimo, specialmente come sistema di produzione industriale e artigianale. Non c’è paese al mondo che abbia una quantità e diversità di aziende come in Italia. Ma se vogliamo che il design italiano diventi sempre più interessante la ricerca deve essere incoraggiata e sovvenzionata e la scuola ancora di più.”

Caterina Di Iorgi
  • Laurea in Filosofia
  • Giornalista pubblicista
  • Specializzazione in Architettura & Design
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