Pastabilidade di Gustavo Lacerda: la possibilità che la pasta ha d’esser vera e propria arte
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Quello del pasta designer non è proprio una novità dell’ultima ora, ma le storie da raccontare non sono molte. E, tuttavia, tra queste, di assoluto valore ci è parsa quella di Gustavo Lacerda e la sua Pastabilidade.
La pasta, almeno per noi italiani, è argomento quotidiano per eccellenza. D’altronde, come la compianta Anita Weston (una figura universitaria di notevole valore) ebbe a dirmi, un giorno, in una rara soleggiata escursione a Cambridge, “noi italiani parliamo di pasta o di cibo tante volte quante”, ad esempio, “gli inglesi parlano di previsioni del tempo”. Oggi, però, la cultura “pastaiola” ha pervaso anche altre genti e altri territori, e non solo dal punto di vista della fruizione ma anche da quello della sua concreta creazione. Un caso assai paradigmatico appare, senza ombra di dubbio, quello di Gustavo Lacerda, brasiliano di istanza in Portogallo la cui vita è stata salvata non già dal suo mero amore per la pasta ma da quello che questo alimento pare aver riservato a lui. Lo abbiamo intervistato.
Dopo aver frequentato il Culinary Institute of America e dopo aver gestito un Natural Wine Bar in Portogallo, il Covid è passato drammaticamente nella tua vita. Se ti va, ci puoi raccontare come?
Beh, in mezzo ci sono state tante cose. Lo studente era un single di diciott’anni un po’ spaesato e il gestore era già un uomo adulto di quarant’anni, padre e marito di una donna incredibile. Certo, la voglia – potremmo dire l’urgenza – di andare oltre quel che passava il convento c’è sempre stata. E la gestione di ristoranti altrui cominciò sin da giovane, in poco tempo portandomi a condurre imprese di atleti e celebrità che desideravano investire in questo campo. E l’ho fatto in diversi paesi, qualche volta anche investendo in prima persona. Poi venne il Covid e mi tolse “il mio business”. E, se non bastasse, fui colto da un attacco cardiaco che mi portò sotto i ferri. Un lungo intervento a cuore aperto che, insieme alla convalescenza, volatilizzò tutte le mie finanze e, inizialmente, anche le mie forze. Ma evidentemente avevo ancora delle cose per cui combattere, oltre agli affetti. Fu lì che la Pasta (ndr. gustavo la scrive quasi sempre in maiuscolo) mi scovò.
Un italiano ti direbbe la stessa cosa: nel senso che viviamo la pasta come qualcosa di innato.
No, no. Intendo letteralmente “mi ha scovato, mi ha scelto”. Durante la mia convalescenza, del tutto giù di corda e depresso, decisi di mettermi a giocare, quasi terapeuticamente, con acqua e farina. Ma ben presto presero a sorgermi delle precise idee di design: linee, colori e testure divennero un modo per esprimermi in quel terribile momento. La pasta mi ha letteralmente salvato!
Non esser italiano, forse ti avrà anche permesse di saltare più agevolmente gli steccati della nostra tradizione. Ma dopo hai sentito il bisogno di connetterti in qualche modo con questo nostro “terribile” sentimento per la pasta?
Prima di tutto il mio lavoro di Pasta designer esiste solo grazie a un gruppo di italiani, i quali mi fecero prendere coscienza di come stessi creando qualcosa di diverso e sorprendente. Tranquilli: so che non cucinerò mai la Pasta meglio di qualsiasi altra mamma o nonna italiana. E so anche che c’è una leggenda circa la chiusura degli italiani riguardo alle loro tradizioni culinarie, e tuttavia la mia esperienza mi dice tutt’altro. Gli italiani amano la vita e la bellezza che risiede in essa. Il mio lavoro è naturalmente connesso assai in profondità con “the Italian way of life”. Naturale, poi, che io porti un contributo dall’esterno di quella tradizione, ma credo che questa sia una ricchezza per tutti. D’altronde, non si scappa: l’unico modo per fare pasta (per tutti!) è con acqua e farina. Ma come designer sono portato a tenere occhi e animo all’erta circa ogni minima possibilità di creare nuove possibilità.
Potresti spiegarci Pastabilidade in poche parole?
Questo, che potremmo anche definire un neologismo, combina due parole fondamentali per la mia attività: Pasta + Possibilidade (possibilità). In altri termini, anziché limitarsi bellamente, come fa un pastaio classico, a creare pasta, la nostra idea è di spingere la sfida sempre più in là, creando nuove esperienze di disegno, colore, di sensazioni sotto i denti.
Pastabilidade fornisce pasta alle aziende o si limita ad agire da consulente?
Pastabilidade insegna, istruisce corsi, crea occasioni di confronto. Abbiamo studenti in ogni parte del mondo, da cuochi provetti a chef stellati, in questo anche aiutati dalle moderne possibilità date dall’online.
Usi qualche colorante o processo particolare per colorare le tue paste dopo averle “disegnate” nella tua mente?
Nessun segreto. Uso ingredienti naturali che processo da me. Ma non ho nessun atteggiamento snobistico verso coloro i quali preferiscono usare più comodamente coloranti alimentari di produzione industriale.
C’è qualche attività di Pastabilidade in Italia o in Europa?
Pastabilidade nasce in Portogallo e ora ne stiamo aprendo un altro in Brasile, la mia terra. Ma abbiamo inviti assai pressanti anche dall’Italia, dalla Germania, per non parlare di Singapore.
Progetti per il futuro?
Di sicuro. Sempre. Innanzitutto rendere ancor più chiari i concetti di “Pasta design”. Le forme tridimensionali della pasta possono essere disegnate ed elaborate come qualsiasi altro oggetto 3D. Se cogliamo questo punto, è più facile cogliere la nostra visione. Ma, a parte la teoria, credo che sia inevitabile aprire, prima o poi, un “ristorante”. Magari tra poco vi faccio una sorpresa!
Grazie Gustavo.
Grazie a voi per il vostro interesse.




