Seventies, la stagione radicale delle sedute e le nuove interpretazioni
Il mood anni Settanta fa ancora vibrare l’interior, tra sedie iconiche e nuove riletture. Forme fluide, sperimentazione materica e libertà progettuale traducono in linguaggio contemporaneo un decennio rivoluzionario, leggero e ancora sorprendentemente attuale.

La rivoluzione progettuale – che prende forma alla fine degli anni Sessanta e attraversa i Settanta – riemerge oggi come matrice culturale e linguaggio operativo. riscrivendo le regole dell’abitare in un cambio di paradigma che è dispositivo progettuale. Icone radicali e nuove riletture riattivano l’interior con geometrie morbide, sperimentazione materica e libertà compositiva. L’estetica della “rottura” si ricompone in un linguaggio essenziale e consapevole, dimostrando quanto quegli anni siano ancora capaci di influenzare la progettazione.

Proporzioni più leggere, superfici sensuali, strutture che rompono gli equilibri. A guidare la sfilata c’è l’intramontabile Panton Chair di Vitra, disegnata da Verner Panton (progettata alla fine degli anni Sessanta, trionfale e iper imitata dai Settanta): monoscocca antropomorfa, stampata in un unico pezzo, è la celebrazione del materiale plastico democratico e visionario. Mentre la sua silhouette continua a incarnare l’idea di un design antigravitazionale, il materiale oggi utilizzato dall’azienda svizzera – il polipropilene totalmente riciclabile – ne rafforza l’attualità.

Agapecasa porta avanti l’eredità di Angelo Mangiarotti spingendo invece il valore della forma pura. La sua seduta 3T essenziale e quasi archetipica – allora prodotta dalla Skipper e ora rieditata dal brand mantovano – dialoga con l’immaginario Seventies attraverso la logica costruttiva, più che attraverso l’estetica. Classe 1978, in pelle e legno, è definita da dettagli strutturali asciutti e raffinati come le gambe – due anteriori e una sola posteriore, unite appunto da una struttura a T che la rendono stabile e visivamente leggera.

Stesso discorso per i modelli cantilever, eredi della rivoluzione tubolare della S 64 N di Marcel Breuer, che oggi tornano in nuove interpretazioni della tradizione di Thonet. Un esempio su tutti? La Evo C di Vitra, disegnata da Jasper Morrison. La struttura a sbalzo, realizzata totalmente in polipropilene riciclabile al 100% grazie a un’innovativa tecnica di stampaggio a iniezione di gas, è flessibile e dinamica e restituisce l’idea di modernità ottimista tipica del periodo: sedersi diventava un gesto elastico, quasi ludico, che rompeva la staticità dell’arredo classico.

Altra rilettura di un classico del design industriale del 1977 è la nuova X-Line di Hay che riprende l’originale disegnata da Niels Jørgen Haugesen nel 1977 e gioca con il metallo per offrire uno stile più attuale: rigorosamente in acciaio, ma riadattata anche per l’outdoor, colorata, impilabile e con una leggerezza visiva che reinterpreta l’estetica minimalista nordica in chiave retrò.

Tacchini ha scelto invece la geometria come chiave di racconto. Più dichiaratamente scultorea, Pigreco si identifica per la sua forma triangolare che non è solo un esercizio formale, ma un rimando a quell’epoca in cui il design flirtava con l’arte e con la matematica, cercando nuove armonie tra struttura e spazio.

Africa, invece, riedizione del celebre modello disegnato da Afra e Tobia Scarpa nel 1975, sublima il dialogo tra pieni e vuoti in un equilibrio perfetto che restituisce tutta la forza espressiva del legno lavorato con precisione quasi architettonica.

La ricerca sulle proporzioni torna anche nella Monk Chair di Molteni&C, oggi riproposta nell’Heritage Collection: il tema della seduta imbottita viene riletto con un linguaggio calibrato, capace di rimandare all’atmosfera Seventies. Si percepisce nelle proporzioni generose, nel modo in cui la seduta accoglie il corpo senza rigidità, in quell’idea implicita di comfort rilassato.


I Settanta, però, non sono stati solo forma, ma anche tanta sperimentazione materica. Plia, disegnata da Giancarlo Piretti per Anonima Castelli, ad esempio, che ha rivoluzionato il concetto di sedia pieghevole, è ancora attuale per trasparenza e ingegnosità. Il policarbonato, il perno a tre dischi e la struttura sottile raccontano l’anima più tecnologica e visionaria del decennio, mentre la Due Più, progettata da Nanda Vigo per Acerbis, definita da due rulli vestiti di un morbido abito di pelliccia, interpretava il lato più sensuale, quello che prediligeva superfici avvolgenti, cromie calde e un’idea di comfort domestico come esperienza fisica.

Altro esempio determinante è la Spaghetti Chair di Giandomenico Bellotti per Alias, che Alfredo Häberli intende omaggiare nella sua rilettura, prodotta in edizione limitata. Il tondino di pvc evoca immediatamente quell’immaginario domestico informale, che concede al design una leggerezza giocosa.

La stessa leggerezza che Miniform ha ripreso con Amia, progettata dal collettivo E-ggs: le linee sono semplici ma non banali, i rivestimenti sono eleganti e di carattere nello stesso tempo e l’effetto complessivo è quello di un oggetto che potrebbe attraversare epoche diverse senza perdere identità, proprio come molte icone nate in quegli anni.

Linee familiari mai mutate, riconoscibili eppure nuove, cambio nei materiali. Era di Living Divani, rivisitata da David Lopez Quinconces, lavora proprio su questa idea: la struttura sottile e il disegno fluido suggeriscono una seduta che si evolve nel tempo, come se il progetto fosse una variazione su un tema mai davvero concluso.

Non manca, infine, chi ha rivolto uno sguardo più concettuale su quegli anni, come Jasper Morrison che per Artifort ha disegnato Vega Chair. Progettata negli anni Novanta, ma con un richiamo sottile ai Settanta, si identifica per una progettualità che passa attraverso la sottrazione, come sempre succede per il designer inglese: niente eccessi, solo equilibrio e misura. A dimostrazione che lo spirito del decennio può sopravvivere anche nella discrezione, senza bisogno di dichiarazioni formali.
A ben guardare, il ritorno degli anni a cavallo tra la fine del Sessanta e l’inizio del Settanta non riguarda solo l’estetica, ma piuttosto un atteggiamento più libero, tradotto in un design che non aveva paura di osare, di provarsi con forme libere e materiali innovativi, di immaginare nuove posture per il corpo e nuove relazioni con lo spazio. Le sedute oggi raccolgono quell’eredità e la reinterpretano con sensibilità attuale: meno utopia, forse, ma una forza progettuale calibrata e tuttora dirompente.
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