Giuseppe Arezzi: la ricerca della multifunzionalità e la purezza della materia

Continuano i nostri incontri con i giovani designer under 35. Questa volta abbiamo incontrato il designer di origini siciliane per scoprire la sua visione dell’abitare domestico e i suoi lavori tra ricerca e sperimentazione. Tutto nel segno della purezza della materia e dell’essenza progettuale. 

Il focus del mio lavoro è la ricerca sui temi antropologici dell’uomo contemporaneo che sfocia nella progettazione e produzione di progetti, spazi e installazioni, che hanno sempre come caratteristica la trasformabilità e la multifunzionalità.

Giuseppe Arezzi: la ricerca della multifunzionalità e la purezza della materia
Giuseppe Arezzi, designer

É la visione di Giuseppe Arezzi, fondatore di Arezzi Design Studio, che si occupa di design di prodotto e di interni. Nato a Ragusa, classe 1993, si trasferisce a Milano per studiare al Politecnico, dove si laurea nel 2016.

Ho vissuto in un contesto siciliano un po’ particolare. Il nonno è stato uno dei primi a Ragusa che ha introdotto il mobile contemporaneo negli anni ’70 e ’80. Aveva aperto un negozio di arredamento, facendo così conoscere pezzi di design di grandi aziende nel territorio siciliano. Tra queste c’erano Cassina, Zanotta, Flos, realtà che all’epoca facevano parte del gruppo Ottagono, divenuto in seguito una rivista. Successivamente il nonno decide di sviluppare una nuova attività imprenditoriale, Arezzi Cucine, che ancora oggi si occupa di progettare cucine su misura, ci racconta Giuseppe.

Cresce in un contesto in cui sin da piccolo è stato indottrinato al mondo del design.

Le abitazioni in cui ho sempre vissuto sono state piene di oggetti della storia del design. A casa di mia nonna, ci sono pezzi di Vico Magistretti, lampade di Franco Albini. Un incredibile patrimonio storico che oggi si trova solo nelle case d’asta, come ci racconta Giuseppe.

Giuseppe Arezzi: la ricerca della multifunzionalità e la purezza della materia
Beata Solitudo

Arriva quindi quasi naturale la scelta di studiare design. Ma Giuseppe non intende studiare design di prodotto, vuole invece approfondire i temi legati allo scenario domestico e per questa ragione decide di iscriversi al corso di interior design al Politecnico di Milano. Tra i suoi mentori ci sono stati Andrea Branzi e Michele De Lucchi.

Grazie agli insegnamenti dei grandi maestri mi rendo conto che il design è anche concetto e tutto ciò che c’è dietro la forma. Apprendo quindi una visione più contemporanea. Ancor prima di incontrarli mi occupavo di design concettuale, in modo naturale, quasi spontaneo, ma senza rendermene conto.

Manic#, l’essenza di gesti atavici

Giuseppe Arezzi: la ricerca della multifunzionalità e la purezza della materia
Manico

Ed é proprio durante il corso di studi che nasce il primo prodotto: la poltrona, Manic#, che usa degli archetipici siciliani zappe, scope e matterelli per creare un nuovo oggetto contemporaneo, capace di esprimere l’essenza di gesti atavici e recuperarne il valore intrinseco. Farà poi la tesi con Francesca Balena Arista e Francesco Faccin: un interessante lavoro sugli eremiti, non intesi come figure religiose, ma personaggi appartenenti al terzo millennio. Persone comuni che stufi della propria quotidianità decidono di abbandonare tutto e di iniziare una nuova vita.

Fonte di ispirazione è stato il libro fotografico di Carlo Bevilacqua, dedicato a questo tema, ci svela Giuseppe.

Da questa tesi nasce la mostra Beata Solitudo, curata da Domitilla Dardi al Cantiere Galli a Roma, un’occasione per riflettere sul valore della dimensione domestica.

Per me la casa è un luogo importante, un uomo senza casa è come una tartaruga senza corazza. Un rifugio, un luogo in cui si ritorna per stare bene con se stessi e con le persone con cui viviamo. Inoltre, la casa deve essere multifunzionale, un ambiente plasmabile, camaleontico, ci dice Giuseppe.

Molti dei suoi lavori pongono particolare attenzione al concetto della multifunzionalità e nascono da una accurata ricerca per poi giungere all’ideazione di un progetto che racchiuda qualcosa sempre di nuovo.

Giuseppe Arezzi: la ricerca della multifunzionalità e la purezza della materia
Tramoggia

Tra gli interessanti prodotti c’è Tramoggia, una rilettura in chiave contemporanea della cassapanca, realizzata in lamiera di acciaio verniciato e adatta ad ambienti interni ed esterni.

Mi sono interessato alla cassapanca perché è uno degli arredi più antichi: veniva utilizzata sin dai tempi del Medioevo, quando era spesso l’unico mobile della casa, ed era utile ad assumere varie funzioni: contenitore per oggetti di valore, valigia per viaggiare, tavolo, sedia, o, se lunga abbastanza, letto per gli ospiti, prosegue Giuseppe.

Sono proprio la semplicità e la purezza i tratti distintivi dei suoi progetti. Una ricercatezza che si traduce in un design raffinato e colto, senza sovrastrutture, e che pone al centro l’essenza stessa della materia e la sua funzione d’uso.

Binomio e la ricerca dello spazio minimo

Giuseppe Arezzi: la ricerca della multifunzionalità e la purezza della materia
Binomio

Altro progetto visionario è Binomio, realizzato con l’editrice Margherita Ratti, fondatrice di It’s Great Design a Parigi.

Un lavoro che nasce durante la residenza artistica presso l’Istituto Italiano di Cultura di Parigi (Febbraio 2019), dove Giuseppe ha focalizzato l’attenzione su una particolare tipologia abitativa parigina ancora in uso: la Chambre de Bonne, una piccola abitazione ricavata nei sottotetti dei palazzi borghesi edificati all’inizio dell’800.

La traduzione letterale di Chambre de Bonne, è “Camera della domestica tuttofare”: questi piccoli alloggi – non più grandi di 10 metri quadri – erano destinati alla servitù. Oggi sono occupati per lo più da giovani, molto spesso studenti o lavoratori precari.

Da questa ricerca nasce Binomio, un mobile abitabile in grado di tradurre – in termini di oggetto – lo spazio minimo delle Chambre de Bonne. Un arredo ibrido, un oggetto bifacciale che si sviluppa su tre semplici piani d’appoggio posti a diverse altezze dal pavimento.

Le sue funzioni sono molteplici: può essere utilizzato come scrittoio o come spogliatoio, ma è anche un tavolo per cenare in solitudine, una panca per togliersi le scarpe appena entrati in casa, un appendiabiti, un comodino, una libreria, un altare e un inginocchiatoio per pregare, un piano d’appoggio per qualsiasi tipo di oggetto.

Un totem domestico, imponente nell’altezza ma semplice nelle forme: pronto a suggerire e ad accogliere le innumerevoli azioni quotidiane.

Carruba, un omaggio alla mediterraneità

Giuseppe Arezzi: la ricerca della multifunzionalità e la purezza della materia
Carruba, edited by It’s Great Design

Ed è sempre con l’editrice Margherita Ratti che nasce l’idea di realizzare il souvenir Carruba, dedicato alla mediterraneità e alla sua terra di origine, una Sicilia agreste e autentica. L’idea è di realizzare un oggetto-souvenir che esplori nuovi spazi creativi al di fuori dei canali classici dell’industria del mobile.

Ho lavorato alla ricerca di questo progetto per circa un anno e mezzo con l’obbiettivo di identificare un simbolo che potesse rappresentare al meglio il territorio Ibleo. Roma ha il Colosseo, così come Parigi ha la Tour Eiffel, ma nessuna città Siciliana ha il proprio simbolo o il proprio talismano. Qui, da sempre, il souvenir per eccellenza è la testa di moro in ceramica di Caltagirone. Allora mi sono chiesto cos’è che rappresenta davvero la mia terra? Un giorno mi sono ritrovato a perdermi tra le infinite strade che attraversano la campagna; più le percorrevo e più mi rendevo conto che Ragusa è figlia della terra e non del mare; e poi tutt’intorno ho visto alberi di carrubo. La carruba è ovunque e non lo sa nessuno. Inoltre per Ragusa è uno dei prodotti più importanti per la propria economia, ci dice Giuseppe.

Nasce quindi una carruba in alluminio, realizzata da produttori locali e disponibile in serie limitata esclusivamente nel territorio dei Monti Iblei.

Fiscella e ElasetesalE, gli ultimi sfidanti progetti

Giuseppe Arezzi: la ricerca della multifunzionalità e la purezza della materia
Fiscella, edited by It’s Great Design

Tra gli ultimi progetti troviamo Fiscella, un oggetto ibrido in parte paralume e in parte contenitore che vuole rileggere in chiave contemporanea l’antica tecnica dell’intreccio del midollino.

Prende il nome dai cesti che i pastori utilizzavano per fare la ricotta ed esprime il concetto di contenere e di intrecciare. Il pezzo è stato realizzato dall’artigiano Alex Maurizi, che vive a Mogliano nelle Marche e che ha accettato la sfida di intrecciare il midollino sull’ottone, racconta Giuseppe.

Il risultato? Un elemento scenografico che si evolve, arricchendosi di nuove funzionalità.

Giuseppe Arezzi: la ricerca della multifunzionalità e la purezza della materia
ElasetesalE

Infine, tra i lavori realizzati questa estate c’è ElasetesalE, un’installazione site-specific per la struttura alberghiera rurale x N’orma, situata a Chiaramonte Gulfi, che celebra l’acqua come bene primario da conservare e non da sprecare. Una linea lunga 15,55 metri composta da 102 bottiglie, una dentro l’altra e appoggiate orizzontalmente su esili cavalletti in ferro.

L’acqua scorre all’interno dei recipienti in vetro e confluisce in un grande imbuto posizionato nel terreno, che la raccoglie e la immette nuovamente nel circuito, senza dispersione. Il tutto è azionato da un semplice rubinetto a margherita rosso collegato ad un impianto idrico.

É stato bello vedere l’entusiasmo degli artigiani locali, che inizialmente non comprendevano il senso del progetto e che dopo lo hanno apprezzato molto. E sono stati anche riconoscenti per il coinvolgimento, conclude Giuseppe.

Tutti i suoi progetti creano una forte sinergia con il territorio, senza mai scadere nel folclore, ma cercando di riscoprire e rivalutare il suo valore più profondo.

Giuseppe Arezzi: foto e immagini