Il ceramista Harry Rigalo e il suo speciale rapporto con la materia
L’artista e designer greco Harry Rigalo nasce come autodidatta ma impara presto, innamorandosene, le virtù della ceramica. Nascono opere uniche dove il confine tra la funzionalità e la contemplazione consapevolmente svanisce.

Torniamo a occuparci di quel territorio di confine, tra arte e design, dove l’artigianalità oggi trova spazi di ricerca e attenzione. In attesa dell’imminente Design Week, dove probabilmente scopriremo altri esempi in questo senso, presentiamo l’opera del quarantenne designer e artista greco Harry Rigalo che recentemente, e per la prima volta, ha presentato il suo lavoro in Italia in una mostra alla galleria milanese The Great Design Disaster, luogo di incontro per talenti internazionali.

Dai cantieri edili all’atelier

Quello di Harry Rigolo è un caso interessante perché parla di passione, dedizione, ricerca. Si, perché quello che ha imparato e che applica nel comporre i suoi pezzi unici, tra sculture e arredi multifunzione, deve qualcosa anche al suo lavoro giovanile nei cantieri edili. In questo contesto tutt’altro che artistico ha avuto modo di riflettere, maneggiando acciaio e cemento, sul comportamento dei materiali e la loro relazione nelle strutture.
Un insegnamento del tutto speciale di cui beneficiano i suoi oggetti più voluminosi e anche complessi da costruire, benché alla vista sia celato il loro scheletro costruttivo.
Le forme, infatti, sono costruite a mano utilizzando la tecnica del colombino e della lastra ma ulteriormente sviluppate attraverso metodi strutturali personalizzati progettati per le opere di grandi dimensioni. Questi includono supporti simili a impalcature, sistemi di rinforzo e giunti o meccanismi interni che garantiscono stabilità durante la costruzione, consentendo al contempo il trasporto e il riassemblaggio delle sezioni modulari come avviene anche nel mondo della produzione industriale.

Il gres come materia d’elezione per dare forma

Ho iniziato a lavorare con l’argilla solo circa un anno fa – ci racconta Harry Rigolo rispondendo alle nostre domande dal suo atelier di Atene – prima di allora l’avevo utilizzata brevemente negli studi dei miei amici, ma quando ho deciso di dedicare più tempo al lavoro artigianale e all’ambiente dello studio, cercavo un materiale che fosse immediato, fluido e che trasmettesse una certa tranquillità. Ho comprato il mio primo pacchetto di argilla semplicemente per testare il mio rapporto con essa, e ben presto è diventata esattamente come l’avevo immaginata. Da allora il processo è stato quello di scoprirne i limiti e spingerli oltre, scoprendo anche i miei
Ogni oggetto, dal più piccolo al più grande, è realizzato in gres ad alto contenuto di argilla già cotta e macinata, una miscela scelta per la sua stabilità, resistenza e capacità di conservare i dettagli scultorei.

Lo spessore delle pareti varia da circa 1 a 7 cm, il che richiede un’attenta gestione sia dell’essiccazione che della cottura. Ogni pezzo viene cotto in un forno elettrico a 1200 °C, con umidità e condizioni stagionali attentamente monitorate per ridurre lo stress e prevenire la formazione di crepe. Gli smalti sono volutamente esclusi dal suo lavoro: la superficie dell’argilla grezza viene preservata per evidenziare la texture naturale del materiale e le tracce fisiche della sua modellatura. Così l’attenzione rimane sul processo piuttosto che sulla finitura e gli oggetti acquistano una loro identità data anche dalle cromie terrose e come patinate dal tempo e la luce.

Dal vaso all’arredo: una questione di scala

Viste nel loro insieme le forme dei pezzi plasmati da Rigolo, sempre molto morbide, hanno un qualcosa di archetipico che si esprime molto bene nella serie dei totem ma che si ritrova anche negli oggetti più piccoli, come le coppe o i vasi, quindi nei pezzi unici utilizzabili anche come elementi d’arredo. Questi ultimi hanno nomi molto evocativi che riportano al mondo ellenico dal quale provengono e raccontano storie che il designer accenna nella loro descrizione. Come nella seduta e tavolino Isofagus, parte della collezione significativamente chiamata Forms without briefs, e dimostrativo di come in questo caso una scultura possa anche funzionare come complemento. Del resto, questo è il trait d’union con il design e il mondo del collectible design, al centro anche del prossimo Salone del Mobile con una sezione dedicata (Salone Raritas).
Dal vaso all’arredo: una questione di scala: gallery
La conferma arriva dallo stesso designer:
Per molti versi il mio lavoro rientra naturalmente nel design da collezione. Allo stesso tempo, lo vedo sempre più come un design scultoreo, a metà strada tra oggetti funzionali e scultura pura. Alcuni pezzi rimangono utilizzabili o legati all’arredamento, che mi capita spesso di fare in collaborazione con architetti o anche solo per l’inserimento delle opere in alcuni interni specifici, mentre altri si orientano verso una presenza scultorea più autonoma. Mi interessa quello spazio intermedio, dove il design, la sperimentazione dei materiali e la scultura si incontrano